Alla ricerca di una sintesi tra matematica e diritto nell’analisi del fenomeno anatocistico nel contratto di mutuo con ammortamento alla francese stilato secondo il regime finanziario della capitalizzazione composta
Pubblicato il 21/11/19 02:00 [Articolo 833]
di Domenico Provenzano, Magistrato


1. Premessa: i termini della questione. I presupposti e la ratio dell’anatocismo “convenzionale” nel sistema codicistico (artt. 1283 e 1284 c.c.); le principali criticità della pronuncia in commento circa la nozione di scadenza-esigibilità dell’obbligazione per interessi in rapporto al momento di stipulazione della convenzione anatocistica.; 2. L’adozione della capitalizzazione composta nell’elaborazione del piano di ammortamento “alla francese” e l’ipotizzato effetto finanziario “multiforme” di tale regime finanziario (differenziato in funzione del criterio di calcolo degli interessi prescelto). Il meccanismo di determinazione del “debito residuo” ai fini della definizione della rata costante e del monte interessi. 3. Il rapporto tra il regime finanziario e la produzione degli interessi (proporzionale o esponenziale rispetto al tempo) alla luce della disciplina codicistica (artt. 821 comma 3 e 1284 comma 1 c.c.). 4. Conclusioni.


1. Premessa: i termini della questione. I presupposti e la ratio dell’anatocismo “convenzionale” nel sistema codicistico (artt. 1283 e 1284 c.c.); le principali criticità della pronuncia in commento circa la nozione di scadenza-esigibilità dell’obbligazione per interessi in rapporto al momento di stipulazione della convenzione anatocistica.

Una recente ed articolata pronuncia di merito, pur ammettendo – a fronte dei rilievi della pressochè pacifica letteratura scientifica in materia[1] – che nell’elaborazione dei piani di ammortamento dei finanziamenti con rimborso rateale “alla francese” oggetto della comune casistica giudiziaria viene solitamente adottato il regime finanziario della capitalizzazione composta (ai fini della determinazione della rata costante) e che, di conseguenza, anche il monte interessi viene in tal caso quantificato secondo tale regime, per importo superiore a quello che riverrebbe qualora il piano fosse elaborato in regime di capitalizzazione semplice, e ciò in ragione dell’addebito di interessi (ulteriori) computati su quelli (primari) che compongono le rate successive alla prima (“Dato il capitale (C), il tasso di interesse periodale (i) e il numero di periodi di ammortamento (n), l'importo della rata costante (R) è calcolato secondo la formula

Poiché il tempo (“n”) è esponente e non fattore, nella determinazione della rata costante è implicita l’applicazione dell’interesse composto sul capitale”) - ha nondimeno escluso che siffatto meccanismo comporti la violazione del divieto di anatocismo di cui all’art. 1283 c.c..[2]

Il presente commento alla citata sentenza rappresenta l’occasione per un’analisi ad ampio raggio della richiamata tematica, attualmente oggetto di acceso dibattito e di contrasti interpretativi sia in dottrina che in giurisprudenza[3], in ragione, tra l’altro, dell’incessante, ondivaga (e non poche volte di complessa sistemazione esegetica) produzione legislativa in materia e della rilevanza economico-sociale degli interessi in gioco[4].

Al di là del preliminare rilievo per cui la formula dianzi prospettata nella pronuncia in commento attiene, in realtà, specificamente (e soltanto) “all’ammortamento “alla francese” di un prestito nel regime finanziario della capitalizzazione composta con tasso d’interesse costante”, essendosi in tal modo (erroneamente) dato per presupposto che la capitalizzazione composta sia l’unico regime finanziario applicabile nella metodologia di ammortamento a rata costante - ben potendo essa essere invece sviluppata anche in capitalizzazione semplice (nel qual caso la rata costante di ammortamento risulta invece espressa dalla diversa formula

(come ha avuto modo di rimarcare autorevole letteratura matematica)[5] - ciò che soprattutto interessa al fine di impostare correttamente l’analisi giuridica della tematica in questione è enucleare le ragioni addotte nella citata sentenza a giustificazione dell’asserita esclusione di qualsivoglia effetto anatocistico nell’impiego del regime composto ai fini dell’elaborazione di un piano di ammortamento “alla francese”; onde verificare la correttezza di tale assunto sia sotto il profilo giuridico che in rapporto alla scienza matematica finanziaria, ambiti di indagine strettamente ed ineludibilmente connessi in funzione di un rigoroso e compiuto approccio metodologico alla ridetta tematica.

Le argomentazioni cui si è fatto ricorso nella pronuncia in esame per pervenire alla suindicata conclusione consistono, in buona sostanza: per un verso, nell’apodittico assunto secondo cui l’incremento esponenziale del monte interessi conseguente all’adozione del regime composto nel piano di rimborso rateale assumerebbe (sempre e comunque) una sorta di funzione risarcitoria e/o sanzionatoria nei confronti del debitore per un ipotetico mancato o inesatto adempimento all’obbligo di corrispondere (preesistenti) interessi primari (“Nell’art. 1283 c.c., la produzione di nuovi interessi (c.d. secondari, anatocistici) trova la propria fonte nell’inadempimento all’obbligo di pagare gli interessi c.d. primari alla scadenza prevista (“interessi scaduti”) ….. Se si considera che <<i crediti liquidi ed esigibili di somme di danaro producono interessi di pieno diritto, salvo che la legge o il titolo stabiliscano diversamente>> (art. 1282 c.c.), esce evidente che il divieto di anatocismo specificamente contraddice questa regola, postulando un debito per interessi, bensì “scaduto”, e quindi “esigibile” (art. 1282 c.c.) per essersi verificata la scadenza del termine di adempimento (e ogni altra condizione) che le parti hanno previsto in contratto, ma incapace di produrre a sua volta interessi (anatocistici) <<se non dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di convenzione posteriore alla scadenza, e sempre che si tratti di interessi dovuti almeno per sei mesi>>”)[6]”; per altro verso, nella considerazione - evidentemente sottesa a quella appena esposta ed alla stessa correlata sul piano logico - secondo la quale il divieto di anatocismo convenzionale (in difetto delle condizioni previste dall’art. 1283 c.c.) riguarderebbe necessariamente soltanto le ipotesi in cui la clausola anatocistica attenga ad un’autonoma e preesistente obbligazione per interessi già scaduta e quindi già esigibile al momento della stipulazione della medesima clausola, non vedendosi altrimenti, in difetto di siffatto ipotetico scenario, come possa essere postulato, fin dal momento della conclusione della ridetta convenzione (generalmente contenuta nello stesso contratto di finanziamento attraverso il richiamo all’allegato piano di ammortamento), un “inadempimento” del debitore (in tesi necessariamente) giustificativo della (pur riconosciuta) lievitazione esponenziale degli interessi implicata dall’adozione del regime composto (“Nell’art. 1283 c.c., la produzione di nuovi interessi (c.d. secondari, anatocistici) trova la propria fonte nell’inadempimento all’obbligo di pagare gli interessi c.d. primari alla scadenza prevista ….. il divieto di anatocismo specificamente contraddice questa regola, postulando un debito per interessi, bensì “scaduto”, e quindi “esigibile” (art. 1282 c.c.) per essersi verificata la scadenza del termine di adempimento”). Nel prospettare siffatto assunto, il giudicante ha evidentemente prestato adesione all’indirizzo recepito da certa dottrina: “Vuoi un’interpretazione attenta al collegamento dell’art. 1283 con l’art. 1282 e al ruolo effettivamente assegnato all’art. 1283 c.c. nell’ambito delle obbligazioni pecuniarie, vuoi l’elemento testuale, rappresentato dal riferimento agli interessi “scaduti”, univocamente rendono assai problematico riferire a questo articolo le ipotesi in cui il fenomeno di capitalizzazione abbia luogo su interessi non ancora esigibili alla stregua dell’art. 1282 c.c., vale a dire con riguardo ad interessi dei quali non sia ancora dovuto il pagamento e che, anzi, il debitore sia legittimato dalla legge o dal titolo a trattenere: in questo caso, la produzione di interessi su interessi, non essendo diretta a ristorare il danno da inadempimento del debito di interessi semplici, si colloca al di fuori dell’ambito di applicazione dell’art. 1283 c.c.; costituisce una fattispecie diversa da quella disciplinata da tale disposizione, che – si ripete - almeno a stare al suo tenore letterale, ha ad oggetto esclusivamente le conseguenze di un ritardato adempimento del debito di interessi.” [7].

In perfetta sintonia con la teorica ricostruttiva appena delineata, nella motivazione della sentenza del Tribunale di Torino si è quindi affermato che “La produzione di interessi su interessi è … causa bensì necessaria ma non sufficiente del divieto di anatocismo, poiché determinanti nella considerazione legislativa del divieto sono: dal lato del creditore, l’esigibilità immediata dell’interesse primario …”; salvo precisare, nel medesimo contesto, che ulteriore fondamento giustificativo dello stesso divieto sarebbe “dal lato del debitore, il pericolo di indefinita crescita del debito d’interessi, incalcolabile ex ante, prima che l’inadempimento si sia verificato”. A ben vedere, l’affermazione appena citata, in riferimento alla contrapposizione tra le posizioni del creditore e del debitore, rivela, di per sé, l’intrinseca contraddizione logica che permea la soluzione esegetica in questione: in effetti, trattandosi di un medesimo rapporto obbligatorio, o l’inadempimento (sempre che si voglia postularne la necessità, nel contesto dell’anatocismo “convenzionale”) viene configurato (sempre) già in essere al momento della stipulazione della convenzione anatocistica (situazione prospettata nella pronuncia per il solo creditore), oppure esso è destinato a manifestarsi (anche) nel corso dell’esecuzione del medesimo rapporto, in riferimento all’ (eventuale e futuro) omesso, non integrale o tardivo pagamento delle rate (comprensive di quote interessi) che maturano a seguito della costituzione del vincolo (situazione, questa, predicata nella medesima sentenza per il solo debitore); diversamente, non avrebbe senso, a tale ultimo riguardo, il succitato riferimento al “pericolo di indefinita crescita del debito d’interessi, incalcolabile ex ante, prima che l’inadempimento si sia verificato”, così come resterebbe priva di rilievo sostanziale la considerazione, espressa nella medesima pronuncia del Tribunale di Torino, con la quale si è testualmente evidenziato che “l’art. 1283 c.c. impedisce al debitore di assumere “ora per allora” un’obbligazione che (la stessa disposizione, n.d.r.) presume – per valutazione legislativa tipica – eccessivamente onerosa, perché l’entità del maggior debito assunto per interessi anatocistici è incalcolabile ex ante”. In effetti, tale ultima argomentazione presuppone che, almeno con riferimento ai finanziamenti con rimborso rateale, gli interessi primari maturino normalmente soltanto nel corso dell’esecuzione del relativo rapporto obbligatorio e quindi successivamente alla stipulazione della clausola anatocistica contenuta nel contratto con cui viene concesso il prestito; non vedendosi, ciò posto, come essi possano allora ritenersi definiti dalla norma come (sempre e necessariamente) “scaduti” - e quindi esigibili - già in tale momento.

Va peraltro evidenziato che l’art. 1283 c.c. fa espresso riferimento agli interessi sic et simpliciter “scaduti”, non già (in ipotesi) necessariamente a quelli già in precedenza dovuti e rimasti insoluti alla scadenza (anteriormente alla stipulazione della pattuizione anatocistica). Ne deriva, sotto tale profilo, un’evidente ed indebita sovrapposizione (o forse confusione), nel contesto della ricostruzione recepita nella sentenza in commento, tra interessi anatocistici ed interessi di mora (“il divieto codifica un dovere del creditore di comportarsi secondo un canone di correttezza…, impedendogli di “lasciar correre” interessi di mora sugli interessi primari scaduti, visto che il debito per interessi “scaduto” è esigibile e che il creditore può pretendere il pagamento immediato”); ricostruzione del resto diffusa anche presso la suindicata dottrina, laddove ha in proposito rilevato che la disciplina di cui all’art. 1283 c.c., nel limitare l’ammissibilità dell’anatocismo, si pone in contrasto “non solo con la regola della naturale fecondità del denaro in genere, ma anche con l’altra … per la quale l’inadempimento di un’obbligazione pecuniaria determina il decorso di interessi moratori”[8]. Trattasi, in realtà, di tipologie di interessi aventi funzioni ben diverse, non sempre (e comunque non necessariamente) coincidenti: al di là del rilievo per cui, in presenza di rate composte da somme riconducibili in parte all’obbligazione restitutoria e in parte a quella accessoria, in caso di inadempimento gli interessi di mora maturano principalmente sulla sorte capitale, ancor prima che sui relativi interessi primari (ciò che di per sé vale a rivelare il distinto ed autonomo fondamento giustificativo della mora rispetto a quello proprio dell’anatocismo, che invece, per sua stessa natura, non può che attenere alla sola obbligazione per interessi), il fatto che una peculiare forma di anatocismo consentita ex lege (o, se si vuole, un’ipotesi di deroga al divieto codicistico di anatocismo) sia quella consistente nell’addebito degli interessi moratori sull’intera rata di rimborso del mutuo rimasta insoluta alla scadenza, comprensiva della quota interessi di pertinenza (secondo quanto già previsto, per i mutui fondiari, dall’art. 38, comma 2 del R.D. n. 646/1905, dall’art. 14 comma 2 del D.P.R. n. 7/1976 e dall’art. 16 comma 2 L. n. 175/1991 e come stabilito più recentemente per le operazioni di finanziamento dall’art. 3 della Delibera C.I.C.R. del 09.02.2000 e poi dall’art. 120 comma 2, lett. b) del T.U.B. nel testo vigente e dalla relativa delibera del C.I.C.R. attuativa del 03.08.2016, rispettivamente in virtù di espressa clausola negoziale, secondo la disciplina più risalente, ed a prescindere dalla stessa, in base a quella da ultima citata), non vale certo a ridurre il fenomeno anatocistico a tali ipotesi settoriali[9]; ipotesi, quelle appena menzionate, la cui previsione risulterebbe del resto superflua qualora fossero sussumibili nel disposto di cui all’art. 120 T.U.B., disposizione che, peraltro, nella versione conseguente alla novella del 2016, prescrive attualmente il divieto di produzione di “interessi ulteriori” su quelli semplicemente “maturati”[10], non più su quelli “scaduti” (e, quindi, sicuramente a prescindere dall’inadempimento del debitore)[11]. Per converso, l’effetto anatocistico ben può verificarsi in virtù dell’utilizzo del regime composto (e ciò proprio in virtù delle regole che governano tale regime) in relazione agli interessi corrispettivi previsti nel piano di ammortamento anche nello scenario di regolare adempimento dell’obbligazione restitutoria frazionata, piuttosto che soltanto in riferimento a quelli moratori (presupponenti l’inadempimento o l’inesatto adempimento). In realtà, come già accennato, costituisce nozione di comune esperienza che, nell’ordinaria casistica giudiziaria, le clausole anatocistiche (integrate dall’approvazione, nell’ambito dell’assetto contrattuale, del richiamato ed allegato piano di ammortamento a rata costante stilato secondo il regime di capitalizzazione composta) attengono generalmente non già ad ipotetiche pregresse obbligazioni per interessi primari già scadute ed esigibili al momento della conclusione del contratto di finanziamento (nel quale le ridette clausole solitamente sono inserite), bensì ad interessi primari (precisamente alle varie quote di interessi corrispettivi che compongono le singole rate di rimborso) destinati a maturare soltanto nella fase esecutiva dell’obbligo restitutorio fondato sul medesimo contratto (ciò che avviene tipicamente, per l’appunto, nei mutui a rimborso frazionato); di tal che, non pare corretto predicare la necessaria “esigibilità immediata” (ovvero, per quanto pare doversi intendere, la preesistenza rispetto alla conclusione del patto anatocistico) di interessi primari (già “scaduti”) – e, quindi, corrispondentemente, il pregresso e conclamato inadempimento del debitore all’atto dell’approvazione della relativa clausola negoziale - quale condizione indefettibile della pratica anatocistica ai sensi dell’art. 1283 c.c., ben potendosi la norma applicare, nei contratti di durata (quale è innegabilmente il mutuo a rimborso graduale nella fase esecutiva), anche alle rate destinate a scadere, nei termini concordati, nel tempo successivo alla loro stipulazione e quindi nella fase esecutiva del rapporto. In proposito, la Corte regolatrice ha, per l’appunto, avuto modo di rimarcare expressis verbis, che non si sottrae al citato divieto “l'obbligo per la parte debitrice di corrispondere anche gli interessi sugli interessi che matureranno in futuro”, essendo “idonea a sottrarsi a tale divieto solo la convenzione che sia stata stipulata successivamente alla scadenza degli interessi”[12]. Con riferimento alla disciplina del Codice Civile del 1942, la dottrina tradizionale, del resto, nel porre in luce la non univoca natura degli “interessi sugli interessi” cui si riferisce l’art. 1283 c.c., ha escluso che essa possa essere configurata, sic et simpliciter, come moratoria, almeno per quanto concerne l’anatocismo convenzionale: “nel caso in cui essi dipendono da convenzione, siamo di fronte a veri e propri interessi convenzionali, soggetti alle norme generali”, mentre nell’ipotesi in cui essi abbiano fondamento nella domanda giudiziale, “non può dirsi che si tratti di interessi moratori poiché non è sufficiente né necessaria all’uopo la costituzione in mora del debitore; trattasi, adunque, di una classe a sé stante di interessi legali, che partecipano della natura degli interessi moratori e di quelli corrispettivi”[13]; di modo che, in base a tale tradizionale inquadramento, l’unica affinità tra interessi di mora ed interessi anatocistici (ravvisabile nel comune presupposto dell’inadempimento) è stata a ben vedere constatata, nei termini appena evidenziati, soltanto con riguardo all’anatocismo giudiziale, di certo non già anche a quello convenzionale (cui è invece innegabilmente riconducibile il fenomeno della contabilizzazione di interessi su interessi nell’elaborazione del piano di ammortamento progressivo a rata costante stilato in capitalizzazione composta, in virtù della natura negoziale del richiamo allo stesso piano contenuto in contratto). A fronte di tale peculiare e non univoca natura, non a caso, parte della dottrina ha ricondotto gli interessi anatocistici ad una “classe a sé stante”[14].

Invero, la Relazione del Guardasigilli Pisanelli al Codice Civile del 1865, con riguardo al disposto di cui all’art. 1232 dello stesso Codice, attribuiva agli interessi prodotti sugli interessi una funzione sostanzialmente risarcitoria, a fronte dell’inadempimento dell’obbligo di pagamento degli interessi primari (una volta scaduti), non soltanto con riferimento all’anatocismo giudiziale, ma anche a quello convenzionale: “… è norma non contrastata di diritto che il debitore in mora deve risarcire i danni derivanti dalla medesima. ….. Ora, sia che la somma dovuta formi un capitale, sia che costituisca interessi sopra un capitale, il danno presunto si verifica ugualmente pel creditore che non riceve il pagamento. … Né può impedirsi che gli interessi, quando siano scaduti, vengano, mediante apposita convenzione, costituiti in capitale per far decorrere gli interessi sopra i medesimi. Se il debitore li pagasse, il creditore potrebbe impiegare la relativa somma ad interessi presso un terzo: perché si dovrà vietare che ciò si faccia lasciandoli a mano dello stesso debitore? Questi inoltre può non trovarsi in grado di pagare gli interessi dovuti senza ricorrere ad un imprestito sottoponendosi al pagamento di altri interessi; perché non potrà ritenere quelli già dovuti, qual nuovo imprestito, invece di ricercare un terzo che abbia a mutuarglieli? Si teme che il debitore aumenti per tal modo eccessivamente il suo debito verso lo stesso creditore; ma la sua condizione non cambia punto se aumenta il suo passivo obbligandosi verso un altro”[15]; teorica, quella appena menzionata, del resto seguita anche dalla dottrina dell’epoca[16]. Non può tuttavia ritenersi che tali argomentazioni ricostruttive, pertinenti al sistema civilistico del XIX secolo, si attaglino anche alla disciplina dell’anatocismo convenzionale attualmente vigente e ciò sia in virtù del principio di autonomia (ontologica, contabile e giuridica) dell’obbligazione per interessi rispetto a quella per sorte capitale, principio in forza del quale la prima non può mai convertirsi nella seconda e che costituisce ormai ius receptum nella giurisprudenza della Suprema Corte, per quanto verrà in seguito chiarito; sia in considerazione del fatto che l’ordinamento ha in seguito consentito, con espresse previsioni normative succedutesi nel tempo (e, come dianzi accennato, non sempre in virtù di apposita pattuizione), l’addebito di interessi di mora sulle intere rate di rimborso dei finanziamenti (comprensive delle rispettive quote capitali e quote interessi) in caso di inadempimento alla loro scadenza e quindi anche sulla porzione di rata costituita da interessi; in particolare: fino al 01.01.1994, l’art. 38, comma 2 R.D. n. 646/1905, l’art. 14 comma 2 D.P.R. n. 7/1976 e l’art. 16 comma 2 L. n. 175/1991 in relazione ai mutui fondiari[17]; poi l’art. 120, comma 2, T.U.B., come modificato dall’art. 125 del D.Lgs. n. 342/1999, e l’art. 3, comma 1 della delibera attuativa C.I.C.R del 09.02.2000[18], con riguardo a tutte le operazioni di finanziamento con rimborso rateale; da ultimi, lo stesso art. 120 comma 2, lett. b), primo inciso, del T.U.B., come novellato dall’art. 17 bis del D.L. n. 18/2016, convertito in L. n. 49/2016, con riferimento all’addebito di interessi di mora sugli “interessi debitori maturati” anche nei rapporti di finanziamento, e l’art. 3 della relativa delibera C.I.C.R. attuativa n. 343 del 03.08.2016[19], senza che sia peraltro in tal caso prevista la necessità dell’approvazione da parte del debitore in sede pattizia.

Ne deriva che, a fronte di un ipotetico (pur sempre unico) inadempimento relativo alle rate di rimborso, stante la possibile compresenza, in forza delle disposizioni appena richiamate, di interessi anatocistici (quali quelli generati per effetto dell’applicazione del regime composto nei piani di ammortamento a rata costante) e di interessi di mora computati sui medesimi interessi anatocistici (nel caso in cui le rate, e quindi anche le rispettive quote interessi, rimangano insolute alla scadenza), deve concludersi che nell’attuale assetto ordinamentale – ove si voglia predicare l’inadempimento del debitore quale necessario presupposto della pattuizione anatocistica - pare privo di effettiva giustificazione (e non rispondente al principio di meritevolezza dell’interesse sotteso ad una clausola di tal genere, ex art. 1322 c.c.) reintegrare la sfera giuridica del creditore (giova ribadire, in relazione ad una medesima fattispecie di inadempimento) attraverso una duplice forma di ristoro, vale a dire, in ipotesi, sia con il computo di interessi ulteriori (anatocistici) calcolati su quelli corrispettivi insoluti (interessi ulteriori che devono considerarsi anatocistici per l’appunto “per la parte di rata composta da interessi primari”)[20], sia con l’obbligo, stabilito dalle previsioni normative dianzi citate, di corrispondere interessi di mora calcolati anche su questi ultimi, oltre che sulla quota capitale contenuta nella stessa rata); e ciò non fosse altro che per il fatto che, in realtà, nel momento in cui è formato il piano di ammortamento nell’ambito del quale sono distribuiti gli interessi anatocistici implicati dall’impiego del regime composto, alcun inadempimento relativo alle rate di rimborso (giustificativo del “carico” anatocistico, in base alla mentovata teorica) può essersi (ancora) verificato, né in rapporto all’obbligazione principale (restituzione del capitale), né in relazione a quella accessoria (pagamento degli interessi). In altri termini, se nel sistema vigente l’inadempimento o l’inesatto adempimento all’obbligo di pagamento degli interessi (corrispettivi) è ormai compensato e/o ristorato attraverso l’addebito di interessi moratori computati su questi ultimi (analogamente a quanto avviene con riguardo all’obbligazione per sorte capitale insoluta alla scadenza), non si vede come la stessa funzione “riparatoria” (dell’illecito contrattuale) possa essere contemporaneamente riconosciuta anche agli interessi anatocistici (sub specie di maggiorazione di quelli corrispettivi) - con conseguente ipotetica duplicazione del ristoro per il creditore - se non in virtù di un tralaticio (ed acritico) ossequio alla, già ricordata, tradizionale teorica dottrinale inerente alla disciplina del Codice Civile del 1865 (costituente parte di un ordinamento nel quale, però, non era dato rinvenire siffatta duplicazione); quanto appena esposto specie ove si consideri la portata forfettaria ed omnicomprensiva di ogni profilo di pregiudizio patrimoniale propria della liquidazione (e della relativa pattuizione) degli interessi di mora ex art. 1224 comma 1 c.c..[21] Non è casuale, del resto, che, quanto all’ambito operativo dell’art. 1283 c.c., sia consolidata in giurisprudenza la consapevolezza che tale norma trova applicazione rispetto a qualsiasi tipo di interessi, compensativi, corrispettivi o moratori[22]; di modo che la Suprema Corte ha espressamente qualificato nulla la clausola contrattuale che preveda, per l’ipotesi di mancato pagamento della rata, l’addebito di interessi di mora anche sulla quota interessi di quest’ultima in relazione a fattispecie cui non siano applicabili ratione temporis le specifiche disposizioni settoriali dianzi citate, riconducibili ad un anatocismo “legale” disciplinato in deroga ai limiti ed alle condizioni stabilite dalla norma codicistica[23]. Quanto appena esposto dimostra, in definitiva, la distinzione (per diversità di natura giuridica e di modalità operativa) tra gli interessi anatocistici (che si caratterizzano per il peculiare criterio di formazione degli stessi, prodotti su interessi primari, a prescindere dal rispetto o dalla violazione dell’obbligo solutorio) e di quelli moratori (che invece effettivamente presuppongono - e sono volti a ristorare forfettariamente - l’inadempimento di una pregressa obbligazione pecuniaria, principale o accessoria, e consistono, generalmente, in una percentuale di quest’ultima). Eppure, il suindicato fondamento giustificativo dell’anatocismo (anche convenzionale), in funzione (necessariamente) riparatoria-compensativa del pregiudizio che al creditore deriva dall’inadempimento o dall’inesatto adempimento dell’obbligazione accessoria per interessi (inquadramento che rappresenta retaggio della disciplina codicistica del XIX secolo), è stato di fatto recepito come tradizionale ed intangibile postulato anche da buona parte della più recente ed accreditata dottrina[24]; ad esempio laddove, nel trattare dell’impiego del regime composto ai fini della determinazione del T.A.E.G., si è testualmente affermato: “Il tasso composto è la logica risultante della fruttuosità del capitale: se gli interessi, con il regolare pagamento, divengono capitale che può essere nuovamente impiegato, generando interessi, si giustifica – sul piano prettamente economico-finanziario – una pari produttività degli interessi scaduti e rimasti impagati, che, attraverso la capitalizzazione, vengono a ‘comporsi’ fruttando nuovi interessi (anatocismo); in altri termini, la mancata disponibilità degli interessi scaduti trova compensazione nella capitalizzazione che replica la fruttuosità del capitale liquido ed esigibile. Dalla fruttuosità stessa del capitale discende il naturale regime dell’interesse composto al quale si ricollega la formula del TAEG.”[25]; e laddove, secondo lo stesso inquadramento dogmatico, si è sostenuto che “Il divieto di cui all'art. 1283 c.c. investe il fenomeno degli interessi scaduti e presuppone, pertanto, un ritardo del debitore nell'adempimento, il quale genera … interessi”, presupposto ricostruttivo, questo appena indicato, che non può che riflettersi sulla conclusione secondo cui “il divieto dell'anatocismo investe proprio tale fattispecie e quindi, in mancanza di un uso contrario, non si vede come nel mutuo o negli altri contratti possa essere consentita la produzione di interessi sugli interessi”[26]. Invero, ipotizzare che il fenomeno dell’anatocismo (in particolare, quello convenzionale) possa concernere (necessariamente) soltanto interessi scaduti al momento della stipulazione del patto anatocistico significa attribuire una portata precettiva parziale alla disposizione, rendendola di fatto “monca”. In realtà, l’impiego del regime della capitalizzazione composta può implicare effetti anatocistici anche in uno scenario di evoluzione fisiologica del rapporto in fase esecutiva, vale a dire a fronte di un regolare adempimento del debitore e quindi non soltanto nell’ipotesi di interessi rimasti insoluti alla scadenza del relativo termine di adempimento, secondo quanto verrà chiarito. Sempre con riguardo alla teorica che riconduce ad un pregresso inadempimento ed alla conseguente esigenza di reintegrazione della sfera giuridica del creditore il fondamento giustificativo dell’anatocismo (anche convenzionale), giova osservare che l’adesione a siffatta ricostruzione non può prescindere dall’esame del rapporto tra l’art. 1283 c.c. e l’art. 1224, comma 2 c.c. (che, come noto, subordina all’assolvimento di specifico onere probatorio circa gli ulteriori profili di pregiudizio la risarcibilità del maggior danno da inadempimento delle obbligazioni pecuniarie). La tematica risulta in effetti affrontata in giurisprudenza, con particolare riguardo all’art. 35, comma 3 del D.P.R. n. 1063/1962 (recante l’“Approvazione del capitolato generale d’appalto per le opere di competenza del Ministero dei lavori pubblici”), che, in relazione agli interessi per ritardato pagamento degli acconti dovuti dalla P.A. a titolo di corrispettivo delle opere pubbliche, stabiliva che “tutti gli interessi da ritardo sono interessi di mora comprensivi del risarcimento del danno ai sensi dell’art. 1224, comma 2 c.c.”, norma sostituita dall’art. 30, comma 4 del D.M. n. 145/2000 che disciplinava (prima di essere abrogato con l’art. 358, lett. e) del D.P.R. n. 207/2010) il nuovo Capitolato di Appalto dei Lavori Pubblici, ai sensi del quale il saggio degli interessi di mora per ritardato pagamento (sia delle rate di acconto che della rata di saldo) era (in misura) “comprensiva del maggior danno ai sensi dell’art. 1224, 2° comma del c.c.”. La giurisprudenza, in proposito, per lungo tempo aveva oscillato tra due diversi orientamenti: in alcune pronunce si era sostenuto che gli interessi dovuti per il tardivo pagamento in base al succitato art. 35 del D.P.R. n. 1063/1962 non escludessero il risarcimento del maggior danno previsto dalla norma generale di cui all’art. 1224 comma 2 c.c., pertanto non derogata dalla citata disciplina di settore[27]; con altri arresti la Suprema Corte aveva invece recepito l’opposto principio secondo cui il pregiudizio derivato dall’inadempimento dell’obbligazione di interessi non potesse che essere tutelato soltanto con la norma sull’anatocismo di cui all’art. 1283 c.c. (nel rispetto dei limiti e delle condizioni dalla stessa posti), dovendosi quindi gli interessi di mora previsti dal Capitolato di Appalto di Lavori Pubblici intendere come comprensivi del risarcimento del maggior danno (generalmente liquidato attraverso la rivalutazione monetaria) subito dall’appaltatore[28]. Il contrasto è stato finalmente composto da una pronunzia delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, con la quale è stato accolto l’indirizzo da ultimo menzionato ed è stato affermato che l’obbligazione di interessi di qualsiasi natura (ivi compresi quelli di cui all’art. 35 del D.P.R. n. 1063/1962) non si configura (anche qualora sia adempiuta l’obbligazione principale) come una qualsiasi obbligazione pecuniaria, dalla quale deriva il diritto agli ulteriori interessi di mora nonché il risarcimento del maggior danno ex art. 1224 comma 2 c.c., essendo invece soggetta alla norma speciale sull’anatocismo, di cui all’art. 1283 c.c., derogabile solo dagli usi contrari[29]. Si è infatti precisato, al riguardo, a definizione della vicenda giurisprudenziale in questione, che tale ultima disposizione non comporta soltanto un limite al principio generale di cui all’art. 1282 c.c., ma vale anche a rimarcare la particolare natura che, nel quadro delle obbligazioni pecuniarie, la legge attribuisce al debito per interessi, con la previsione di una disciplina specifica, che si pone come derogatoria rispetto a quella generale in tema di danno nelle obbligazioni pecuniari (stabilita dall’art. 1224 c.c.) e che proprio per il suo carattere di specialità deve prevalere su quest’ultima norma [30]. Con la richiamata pronuncia le Sezioni Unite hanno precisato che “se così non fosse, … l’art. 1224 verrebbe ad assorbire tutto il campo applicativo dell’art. 1283 c.c., che resterebbe circoscritto ai casi in cui il debito per interessi è quantificato all’atto della proposizione della domanda giudiziale. Ma una simile limitazione dell’ambito applicativo del citato art. 1283 c.c. non emerge dal dettato della norma e viene anzi a porsi con essa in contrasto, perché trascura la peculiare natura del debito per interessi sopra segnalata ed elude, almeno in parte, la finalità di tutela per la posizione del debitore che la norma ha previsto stabilendo in quali casi e con quali presupposti gli interessi scaduti possono essere produttivi di altri interessi”. D’altro canto, non sarebbe neppure conforme al principio di ragionevolezza un approdo ermeneutico che, in presenza di obbligazioni di pagamento aventi natura e contenuto identici (per interessi), rendesse applicabile al debitore che ha già pagato il debito principale l’art. 1224 c.c. (e quindi la responsabilità risarcitoria a titolo di maggior danno, ai sensi del comma 2 della stessa disposizione) ed al debitore totalmente inadempiente, e quindi convenuto per il pagamento sia del capitale che degli interessi, l’art. 1283 (con conseguente garanzia di rispetto, in relazione a questi ultimi, delle condizioni e dei limiti della pratica anatocistica)[31].

Se allora, con riguardo all’obbligazione avente ad oggetto gli interessi corrispettivi (primari), in forza del principio di specialità la previsione dell’addebito di interessi moratori applicati su questi ultimi va ricondotta alla norma sull’anatocismo (art. 1283 c.c.), piuttosto che a quella generale sulla mora (art. 1224 c.c.) – o, se si preferisce, laddove, in base a specifiche disposizioni normative, è consentito l’addebito di interessi anatocistici in dipendenza dell’inadempimento del debitore, a questi ultimi va in tali ipotesi riconosciuta funzione risarcitoria (e quindi sostanziale natura moratoria) – non può che escludersi che una funzione di tal genere possa realizzarsi (attraverso il computo di ulteriori interessi su interessi primari), al contempo, sia quale effetto del meccanismo anatocistico (ex art. 1283 c.c), sia a titolo di maggiorazione moratoria (ex art. 1224 c.c.) applicabile sugli stessi interessi corrispettivi insoluti (già comprensivi della loro componente anatocistica generata dal ricorso al regime di capitalizzazione composta); ciò che implicherebbe, all’evidenza, una (ingiustificata) duplicazione del ristoro per il creditore in riferimento ad un medesimo inadempimento.

Ciò posto, è ben vero che l’art. 1283 c.c. fa espresso riferimento agli interessi “scaduti” rispetto al momento di stipulazione del patto anatocistico, ma, atteso che prevede esplicitamente in questo caso la legittimità di una clausola di tal genere (sempre che si tratti di interessi dovuti per almeno sei mesi), la stessa disposizione regola (indirettamente, ma in modo inequivoco) anche gli interessi non (ancora) “scaduti” all’atto della conclusione della suddetta pattuizione (e quindi destinati a scadere nel corso dell’esecuzione del rapporto derivante dal contratto nel quale essa è trasfusa), attribuendo (a contrario) a quest’ultima, in tale diversa ipotesi, lo stigma di illiceità (in quanto, per l’appunto, di formazione non “successiva” alla scadenza degli interessi primari cui essa si riferisce). La teorica criticata in questa sede, nel prospettare (peraltro per il solo creditore) la pregressa esigibilità (e quindi la già intervenuta scadenza) degli interessi primari rispetto al perfezionamento della clausola anatocistica quale presupposto necessario del divieto posto dall’art. 1283 c.c. (o, se si preferisce, dell’operatività dei limiti e delle condizioni dell’anatocismo legittimato dalla medesima disposizione), circoscrive oltremodo – recependo il suggerimento di parte della dottrina[32], ma, a ben vedere, in contrasto con la complessa ed effettiva ratio della previsione normativa - l’ambito di applicabilità della medesima disposizione imperativa in esame, che opererebbe quindi non già anche per le clausole trasfuse in contratti destinati a regolare i rapporti dagli stessi nascenti (in particolare, nei finanziamenti, le relative obbligazioni restitutorie), bensì soltanto in relazione a preesistenti obbligazioni accessorie (per interessi) già scadute e rimaste inadempiute al momento della stipulazione delle clausole de quibus (si pensi, ad esempio, ad un ipotetico accordo novativo o integrativo o alla pattuizione di una proroga dei termini di pagamento già fissati o, ad un’obbligazione di garanzia inerente ad un pregresso debito comprensivo dei relativi interessi primari (o anche avente ad oggetto soltanto questi ultimi), ovvero relativa soltanto a questi ultimi); limitazione che pare ancor più ingiustificata ove si consideri che, a ben vedere, come dianzi evidenziato, a norma dello stesso art. 1283 c.c. la stipulazione della clausola anatocistica concernente interessi (primari) già “scaduti” si configura di per sè legittima (tale essendo espressamente definita, per l’appunto, quella “posteriore alla loro scadenza”), purchè si riferisca ad interessi dovuti “per almeno sei mesi” (ovvero a fronte della disponibilità del capitale in capo al mutuatario protrattasi per tale periodo minimo), ciò che rende palese la contraddittorietà e l’infondatezza della teorica ricostruttiva in questione. Siffatta incongruenza emerge chiaramente anche laddove, sempre nella pronuncia in commento, la ratio dei limiti e delle condizioni dell’anatocismo stabiliti dall’art. 1283 c.c. è stata individuata, oltre che (“dal lato del creditore”) nella già menzionata “esigibilità immediata dell’interesse primario” (profilo con riferimento alla quale valgono le considerazioni appena espresse), anche (“dal lato del debitore”) nel “pericolo di indefinita crescita del debito d’interessi, incalcolabile ex ante, prima che l’inadempimento si sia verificato” e ciò in quanto “l’art. 1283 c.c. impedisce al debitore di assumere “ora per allora” un’obbligazione che presume – per valutazione legislativa tipica – eccessivamente onerosa, perché l’entità del maggior debito assunto per interessi anatocistici è incalcolabile ex ante, non essendo noto al momento della convenzione l’ammontare dell’obbligazione per interessi primari che potrebbe restare in futuro inadempiuta, né prevedibile l’estensione del ritardo di pagamento”. Invero, delle due l’una: o l’inadempimento di una preesistente obbligazione accessoria e quindi l’ “immediata esigibilità” di interessi (già in precedenza) “scaduti” e rimasti insoluti al momento della stipulazione della convenzione anatocistica costituisce presupposto imprescindibile della disciplina posta dall’art. 1283 c.c., oppure detta disposizione deve ritenersi applicabile anche con riferimento ad interessi primari destinati a maturare ed a divenire esigibili soltanto nel corso dell’esecuzione del rapporto obbligatorio sorto per effetto del regolamento pattizio nel quale è trasfusa la ridetta convenzione (e, giova precisare sin da ora, indipendentemente dall’eventuale inadempimento del finanziato). In altri termini, trattandosi del medesimo vincolo obbligatorio, non pare corretto prefigurare una diversificata giustificazione giuridica della disciplina in esame a seconda che si abbia riguardo alla posizione del creditore (per il quale la convenzione anatocistica risulterebbe legittima sempre che attenga ad interessi già scaduti e rimasti insoluti al momento della stipulazione della stessa convenzione) o alla posizione del debitore (con riferimento al quale la stessa convenzione sarebbe illegittima se relativa ad interessi destinati a maturare ed a restare insoluti alla loro scadenza nel corso dell’esecuzione del rapporto); e ciò non fosse altro per la considerazione per la quale – più precisamente e, giova evidenziare, sia per il creditore che per il debitore - sotto il primo profilo, la convenzione anatocistica è legittima se successiva alla scadenza dell’obbligazione per interessi (secondo quanto espressamente stabilito dall’art. 1283 c.c.) soltanto a condizione che essi siano pattuiti per il godimento (fruttifero) del capitale di durata parli ad almeno sei mesi, mentre, sotto il secondo profilo, la stessa pattuizione si configura evidentemente illegittima anche se, per ipotesi, si riferisca ad interessi già scaduti e rimasti insulti anteriormente alla sua stipulazione, qualora non sia trascorso il suddetto periodo semestrale. In definitiva, alla luce della stessa linea interpretativa recepita nella sentenza in commento, o deve ritenersi che il disposto di cui all’art. 1283 c.c., nel porre il divieto di anatocismo, faccia riferimento necessariamente (sia per il creditore che per il debitore) ad interessi primari già “scaduti” all’atto della stipulazione della convenzione anatocistica e quindi ad un (pregresso) inadempimento del debitore rispetto ad una preesistente obbligazione per interessi primari, secondo quanto dato per presupposto nella parte iniziale della motivazione (“postulando un debito per interessi, bensì “scaduto”, e quindi “esigibile” (art. 1282 c.c.) per essersi verificata la scadenza del termine di adempimento (e ogni altra condizione) che le parti hanno previsto in contratto”); oppure si prefigura (anche in tal caso, per elementare coerenza, sia per il creditore che per il debitore) un inadempimento degli interessi primari destinato a verificarsi nel corso dell’esecuzione del rapporto che deriva dalla convenzione, come pure si è chiaramente affermato nello stesso contesto argomentativo (laddove si è per l’appunto fatto riferimento alla mancata conoscibilità, in capo al debitore, “al momento della convenzione, (del)l’ammontare dell’obbligazione per interessi primari che potrebbe restare in futuro inadempiuta”), dovendosi constatare che, peraltro, tale ultima opzione ermeneutica non pare certo conciliabile con la (pur contestualmente postulata) intervenuta scadenza degli interessi primari all’atto della formazione della ridetta pattuizione anatocistica.

A ben vedere, l’unica soluzione esegetica in grado di risolvere ragionevolmente l’ (apparente) impasse interpretativo consiste nel prendere atto che, con riguardo ai finanziamenti a rimborso progressivo (così come anche in relazione alle clausole di capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi contenute nei contratti di conto corrente, non a caso dichiarate nulle dalla Corte di legittimità per contrasto con l’art. 1283 c.c., a far tempo dalle sentenze “gemelle” della Suprema Corte n. 2374/1999, n. 3096/1999 e 12507/1999)[33], il fenomeno dell’anatocismo convenzionale (così come i limiti e le condizioni della relativa pratica stabiliti dall’art. 1283 c.c.) può riguardare sia interessi già scaduti ed esigibili al momento della stipulazione della convenzione anatocistica (e quindi a fronte di un preesistente inadempimento, inerente ad un pregresso rapporto obbligatorio, sorto anteriormente rispetto a tale momento), sia (ed invero ben più di frequente) interessi destinati a scadere “in futuro”, quali quote di pertinenza delle singole rate di rimborso del finanziamento che si susseguono successivamente alla conclusione della medesima convenzione (come chiarito dalla Corte regolatrice nella succitata sentenza n. 3805/2004); e ciò, giova precisare (nell’uno e nell’altro caso) – e diversamente dall’anatocismo giudiziale (che presuppone sempre, almeno in base alla prospettazione difensiva dell’attore, l’omesso o tardivo pagamento) - indipendentemente dall’inadempimento del finanziato (pregresso o futuro), pertanto anche nello scenario della regolare e tempestiva esecuzione del rapporto obbligatorio ed in ragione di un monte complessivo interessi già “caricato” (quale che sia la successiva sorte dell’obbligo solutorio gravante sul finanziato) della componente anatocistica all’atto della predisposizione del piano di ammortamento in regime di capitalizzazione composta, vale a dire fin dalla fase genetica del vincolo[34].

Alcun convincente elemento esegetico è dato evincere, in effetti, a conferma di un’interpretazione secondo la quale gli interessi di cui all’art. 1283 c.c, oltre che già “scaduti”, debbano essere necessariamente anche insoluti all’atto della conclusione del patto anatocistico, ben potendo la previsione normativa in questione trovare applicazione anche alle quote interessi che compongono le rate destinate a scadere nella fase esecutiva del vincolo obbligatorio (in particolare, dell’obbligo di restituzione del capitale previsto ex art. 1813 c.c.); ciò specie ove si consideri che, come dianzi precisato, nel finanziamento a rimborso graduale il monte interessi relativo all’obbligazione principale restitutoria viene determinato, ex ante, fin dal momento dell’elaborazione del piano di ammortamento (attraverso il progressivo aggiornamento, ora per allora, del debito residuo conseguente al pagamento delle rate successive, destinate a scadere), non già attraverso una pluralità di calcoli successivi effettuati, volta per volta, in occasione della scadenza delle singole rate[35]. Del resto, anche alla stregua di un criterio interpretativo di ordine logico, se, ai sensi del citato art. 1283 c.c., il fenomeno dell’anatocismo convenzionale fosse configurabile soltanto con riguardo ad interessi (primari) già scaduti all’atto della conclusione della relativa pattuizione, risulterebbe allora superflua la distinzione operata dalla stessa norma tra clausole anatocistiche antecedenti e successive a tale momento, al fine di sancirne, rispettivamente, l’illegittimità o la legittimità, atteso che – ipotizzando, per l’appunto, la necessaria pregressa esigibilità degli interessi primari quale imprescindibile presupposto della disciplina posta dalla citata norma imperativa – a ben vedere, la pattuizione anatocistica risulterebbe comunque sempre legittima (per l’appunto in ragione della, postulata, già intervenuta scadenza dei ridetti interessi al momento dell’approvazione della clausola de qua) e la disposizione si sarebbe quindi limitata a stabilire esclusivamente la debenza (almeno) semestrale dei medesimi interessi quale (unica) condizione di validità della stessa clausola pattizia. In altre parole, in tal caso la (supposta) portata precettiva della norma si sarebbe verosimilmente risolta in una formulazione più semplice e lineare, del tipo: in mancanza di usi contrari, (esclusivamente) gli interessi (già) scaduti al momento della proposizione della domanda giudiziale o della stipulazione di apposita convenzione (anatocistica) possono produrre interessi e solo da tale momento, sempre che si tratti di interessi dovuti per almeno sei mesi.

Il termine “scaduti” di cui all’art. 1283 c.c., in definitiva, va ragionevolmente inteso come “una volta scaduti” (se del caso anche nel corso della fase esecutiva dell’obbligazione restitutoria); interpretazione che consente di estendere (in conformità alla ratio della norma) l’applicazione dell’art. 1283 c.c. anche agli interessi primari destinati a scadere nel corso del rapporto obbligatorio sorto dall’accordo contrattuale nel quale è inserita la pattuizione anatocistica. Peraltro, anche in tema di anatocismo “giudiziale”, non mancano significativi contributi dottrinali[36] e pronunce giurisprudenziali (anche della stessa Corte di legittimità) in virtù dei quali è stato ritenuto possibile che con la domanda venga richiesto (anticipatamente) il pagamento degli interessi sugli interessi destinati a scadere nel corso del processo, vale a dire che si possa agire al fine di conseguire la corresponsione degli interessi (ulteriori) via via maturati (su quelli primari) e scaduti nel corso del giudizio (pertanto successivamente alla proposizione della medesima domanda), sia pure “sempre con il limite dell’esclusione di quelli scadenti nei sei mesi precedenti la pubblicazione della sentenza che li riconosca”[37]; ciò che, in definitiva, costituisce conferma della possibilità che gli interessi anatocistici maturino su interessi che scadono successivamente alla stipulazione della clausola anatocistica o all’esercizio dell’azione (rispettivamente in riferimento all’anatocismo convenzionale ed a quello giudiziale).

La soluzione interpretativa sin qui criticata, in definitiva, pare comportare un’arbitraria vanificazione del presidio imperativo rappresentato dal medesimo art. 1283 c.c., in difetto di giustificazione di sorta compatibile con la ratio della stessa previsione normativa.

In realtà, la ratio della disciplina posta dall’art. 1283 c.c. è ben più complessa ed è ispirata ad una triplice finalità: in primo luogo, con particolare riguardo all’anatocismo convenzionale, essa è volta a rendere trasparente – in linea con la norma di cui all’art. 1284, comma 3 c.c. – l’onere economico costituito dagli interessi, in modo da assicurare la piena consapevolezza in capo all’obbligato in ordine al loro effettivo impatto economico sull’ammontare complessivo del debito e trova quindi fondamento nell’“esigenza di tutelare la posizione del debitore, evitando che quest’ultimo incorra nella difficoltà di “farsi a priori l’idea dei suoi risultati disastrosi”[38] e ciò, giova ribadire, anche senza prefigurare lo scenario dell’inadempimento, ma in ragione dell’impiego dell’utilizzo della capitalizzazione composta (solitamente non indicato nel testo contrattuale); in secondo luogo, in riferimento al (comune) presupposto della durata almeno semestrale della debenza degli interessi primari[39] - la disposizione è tesa ad evitare che un’eccessiva brevità del periodo di maturazione degli stessi ai fini della maggiorazione anatocistica incida sulla quantificazione del tasso effettivamente praticato (assumendo, in sostanza, la funzione di “moltiplicatore incontrollabile” dei medesimi), dando così luogo ad una produzione di interessi abnorme, essendo stato lo stesso anatocismo, non a caso, eloquentemente definito dalla Corte regolatrice “forma subdola, ma socialmente non meno dannosa di altre, di usura”[40]; infine, la previsione è diretta a evitare che il debitore possa trovarsi costretto ad accettare, quale condizione per l’accesso al finanziamento, la pattuizione di interessi anatocistici ancor prima che pervengano a scadenza quelli primari, in modo da evitare che il consenso del debitore sia carpito ed originato in ragione della posizione di squilibrio in favore di colui che concede il credito, ovvero che “il creditore ne imponga la stipulazione come conditio sine qua non per la concessione del mutuo”[41]. La complessità del fondamento giustificativo della succitata norma imperativa, del resto, è stata esplicitata, per l’appunto nei termini sin qui esposti, in varie pronunce del Supremo Collegio[42]. L’evidenziata ratio della disposizione, improntata al favor debitoris, consente di comprendere il fondamento giustificativo delle eccezioni al divieto di anatocismo (o, se si vuole, delle condizioni in presenza delle quali esso è consentito dall’ordinamento): l’efficacia derogatoria degli “usi contrari” - al di là del retaggio storico rappresentato dal fatto che l’art. 1232 comma 2 del previgente Codice Civile del 1865 ammetteva, sia pure nella sola materia commerciale, usi in deroga al divieto di anatocismo posto dalla medesima disposizione - si spiega con la considerazione per la quale la ripetizione del comportamento e la convinzione della sua doverosità fanno ragionevolmente presumere la consapevolezza della portata economico–giuridica di quello stesso comportamento (ovvero, nel caso specifico, del costo del finanziamento), ragion per cui in tale ipotesi non v’è ragione per tutelare il debitore; analogamente, la “convenzione posteriore alla scadenza” degli interessi consente a quest’ultimo di valutare adeguatamente, nel rapporto tra capitale ed interessi già dovuti al momento della pattuizione anatocistica, la consistenza degli ulteriori interessi generati da tale operazione; la condizione della domanda giudiziale si giustifica in quanto, a fronte dell’inadempimento del debitore, la tutela non può che rivolgersi al creditore, in considerazione della perdita patrimoniale che lo stesso subisce, corrispondente al vantaggio economico che egli avrebbe conseguito impiegando il denaro che gli spettava in altre operazioni, avendo quindi (soltanto) in tal caso la maggiorazione anatocistica necessariamente la funzione di riequilibrare la posizione di quest’ultimo, evitando al contempo che il debitore ottenga un finanziamento a costo zero, traendo vantaggio dal proprio inadempimento[43].

Alcun significativo contributo al dibattito in materia deriva poi dall’affermazione - tratta da un’elaborazione dottrinale che ha omesso di considerare il rilievo assunto in tale ambito di indagine dall’algoritmo proprio del regime finanziario applicato[44] - secondo cui “la capitalizzazione composta nei contratti di credito” consisterebbe in “un modo per calcolare la somma dovuta da una parte all’altra in esecuzione del contratto concluso tra loro”, ovvero in “una forma di quantificazione di una prestazione o una modalità di espressione del tasso di interesse applicabile ad un capitale dato”[45]. Siffatto assunto non vale evidentemente, di per sé solo, ad escludere che l’adozione del regime di capitalizzazione composta non possa comunque determinare risultati contrastanti con il disposto imperativo di cui al citato art. 1283 c.c.; per altro verso, in realtà è proprio la scelta del regime finanziario applicato che determina il tasso di interesse effettivo risultante dal piano di ammortamento, non viceversa, e ciò in virtù dell’innegabile ragione per cui l’interesse semplice è tale in quanto “cresce come <<funzione lineare>> del tempo: ossia, ad una durata doppia corrisponde, a parità di capitale impiegato, interesse doppio”, mentre “l’interesse composto cresce come <<funzione esponenziale>> del tempo”[46], principio del quale la stessa Corte di legittimità si è mostrata pienamente consapevole[47].





2. L’adozione della capitalizzazione composta nell’elaborazione del piano di ammortamento “alla francese” e l’ipotizzato effetto finanziario “multiforme” di tale regime finanziario (differenziato in funzione del criterio di calcolo degli interessi prescelto). Il meccanismo di determinazione del “debito residuo” ai fini della definizione della rata costante e del monte interessi.



Anche il (pur apparentemente predicato) riconoscimento che l’utilizzo della capitalizzazione composta ai fini della predisposizione del piano di ammortamento (e quindi della quantificazione della rata costante) implica (necessariamente) l’impiego dello stesso regime finanziario anche per il calcolo degli interessi che compongono ciascuna rata (con conseguente produzione di “nuovi interessi cd. secondari, anatocistici”, asseritamente giustificata da un pregresso inadempimento del debitore) - e ciò in conformità ad un principio inconfutabile della scienza finanziaria, che esclude qualsivoglia interferenza tra le leggi, fra loro incompatibili, che governano il regime composto e quello semplice - alla luce del successivo sviluppo dell’iter motivazionale della pronuncia in esame risulta, peraltro, sostanzialmente contraddetto dalle ulteriori argomentazioni cui si è fatto ricorso per escludere che tale metodologia di calcolo comporti violazione dell’art. 1283 c.c.. Secondo quanto sostenuto nella sentenza torinese, infatti, “l’evidenza” (ovvero, per quanto pare doversi intendere, l’effetto finanziario tipico) dell’impiego del regime composto (e con esso l’attitudine degli interessi primari a produrre ulteriori interessi che lo caratterizza tipicamente), nell’evoluzione del piano di rimborso “si perde” o “riemerge” a seconda della consistenza (quantitativa) della porzione di capitale sulla quale gli interessi (primari) vengano calcolati; salvo concludere con l’affermazione per cui, quale che sia in concreto tale porzione, l’effetto economico-finanziario sarebbe comunque equipollente rispetto a quello derivante dall’applicazione della capitalizzazione composta: in particolare, secondo quanto sostenuto anche nella sentenza del Tribunale di Arezzo del 24.11.2011 (all’uopo richiamata dal Giudice torinese), l’effetto finanziario del regime composto si “perde”rebbe nel caso in cui le varie quote interessi delle singole rate vengano calcolate sull’intero debito capitale residuo in essere “al termine di ciascun periodo di ammortamento” (ovvero quello al momento della scadenza di ciascuna rata) “e non anche su interessi pregressi”, soluzione, quest’ultima, che varrebbe invece ad escludere l’ipotetico computo di interessi su interessi (tantomeno “scaduti”) e, per altro verso, a determinare la riduzione progressiva (di rata in rata) delle quote interessi ed il corrispondente incremento progressivo (di rata in rata) delle quote capitali, con conseguente esclusione dell’effetto anatocistico, per essere le quote interessi “calcolate solamente sul debito residuo in linea capitale in essere al momento del conteggio”; il medesimo effetto finanziario del regime composto “riemerge”rebbe, invece, nel caso in cui “ciascuna rata costante sia formata calcolando gli interessi, anziché sul capitale residuo, sulla quota capitale che viene a scadere o che in altri termini ciascuna rata comprenda una quota di capitale e gli interessi maturati su quello stesso capitale, dall’accensione del prestito fino alla scadenza del periodo di ammortamento”, ipotesi, quest’ultima, nella quale soltanto si verificherebbe una “progressione geometrica dell’interesse”, in virtù di “quote capitali produttive di interessi in proporzione sempre maggiori, in ragione del meccanismo dell’interesse composto”. Fermo restando che, come dianzi accennato, quale che sia, tra le due suindicate alternativamente ipotizzate, la metodologia di calcolo in concreto adottata, esse comunque comporterebbero entrambe la produzione del medesimo monte interessi, risultando (fatta salva la diversa composizione di quote capitali e quote interessi all’interno di ciascuna rata) tra loro “perfettamente fungibili ed equivalenti dal punto di vista economico e finanziario”, dal momento che “identico è il capitale erogato; identica è la rata, determinata come sopra, a partire dai dati noti del capitale, del tasso di interesse, del numero di periodi di ammortamento; identico è per conseguenza il monte-interessi di ammortamento che il capitale è idoneo a produrre”. Tale ultima affermazione – a prescindere dai più complessi rilievi afferenti alla matematica finanziaria espressi in un recente studio[48] - a ben vedere vanifica sostanzialmente l’assunto, che pure si rinviene nel medesimo contesto argomentativo, secondo il quale nel piano di ammortamento alla francese la (pur riconosciuta) adozione della capitalizzazione composta ai fini della formazione della rata costante nello scenario del calcolo degli interessi sul capitale residuo non determinerebbe affatto l’effetto economico-finanziario proprio di detto regime in relazione al conteggio degli interessi: una volta riconosciuto che – come in effetti è - l’utilizzo di detto regime implica la “progressione geometrica dell’interesse” e “la produzione di nuovi interessi (c.d. secondari, anatocistici)”, come pur evidenziato nella sentenza in commento, sfugge invero a qualsivoglia logica economica, matematica e giuridica sostenere la presenza o meno dell’ “evidenza” (ovvero, pare doversi intendere, dell’effetto finanziario tipico) della capitalizzazione composta nell’elaborazione del piano di rimborso a rata costante a seconda che gli interessi vengano, rispettivamente, calcolati sulla quota capitale in scadenza di ciascuna rata o sul debito capitale residuo e, al contempo, affermare che, nell’uno e nell’altro caso, si configurerebbe comunque “un identico … monte interessi”[49]; non vedendosi, allora, in base a quest’ultima affermazione - a parità di capitale rimborsato (innegabile presupposto comune di entrambe le modalità di computo suindicate) e chiaramente ferma restando l’identità degli altri parametri (T.A.N., numero e periodicità delle rate) - quale possa mai essere in concreto la (pur postulata e non meglio identificata) differenza sostanziale (in termini di importo complessivo oggetto del debito restitutorio e/o di quello relativo alla remunerazione del finanziamento) tra le due diverse metodologie di calcolo.

Per completezza di analisi, va presa in considerazione anche l’ipotesi interpretativa secondo la quale il riferimento all’ “evidenza” della capitalizzazione composta contenuto nella pronuncia in commento debba essere inteso (anziché, secondo quanto dianzi prospettato, come teso ad identificare l’effetto finanziario tipico dello stesso regime, consistente nella produzione esponenziale degli interessi rispetto al tempo) come indicativo della immediata e diretta (o comunque più agevole) percepibilità (ictu oculi) del medesimo effetto finanziario; e ciò in sostanziale adesione ad una recente ricostruzione dottrinale, cui, sotto tale profilo, la pronuncia in commento pare essersi ispirata: “Se, in luogo di calcolare gli interessi sul debito residuo …, si adotta la … imputazione di calcolo sulla quota capitale in scadenza …, l’impiego del regime composto evidenzia il pagamento degli interessi (composti) in uno con il capitale rimborsato, come nel regime semplice, senza alcuna anticipazione rispetto allo stesso, ma con una lievitazione direttamente riconducibile alla produzione di interessi su interessi maturati e non ancora corrisposti. Nella circostanza si palesa la natura secondaria degli interessi che, nell’alternativo ed equivalente criterio di imputazione, rimane implicita nelle pieghe dell’algoritmo di calcolo degli interessi calcolati sul debito residuo; in quest’ultima circostanza …, per le peculiari caratteristiche dell’ammortamento alla francese, il calcolo cela una funzione autoregressiva diretta e proporzionale agli interessi pregressi, maturati, scaduti e corrisposti anticipatamente: rimane, di fatto, inalterata la natura secondaria degli interessi”; ed ancora, “se si impiega, per il calcolo degli interessi periodicamente maturati, il medesimo TAN utilizzato in regime composto per determinare l’importo della rata, per l’effetto di intercambiabilità delle due obbligazioni in essa ricomprese, che esplicitamente discende dallo stesso regime composto, rimane ineludibile la lievitazione esponenziale del monte interesse”. In forza di tale teorica, quindi, anche nell’ipotesi in cui gli interessi siano calcolati (e liquidati) anticipatamente sull’intero debito residuo non ancora scaduto, “rimane invariata la lievitazione esponenziale degli stessi” per effetto dell’impiego del regime composto nella formazione della rata costante, atteso che, sebbene gli interessi vengano “a ciascuna scadenza interamente pagati”, è pur vero che “un pari ammontare di capitale viene sottratto al rimborso e conservato al debito residuo”[50]. Alla luce delle stesse argomentazioni appena esposte, pertanto, il ricorso al regime composto ai fini della determinazione della rata costante, sia che la base di calcolo degli interessi sia costituita dal “debito residuo” (nel quale, come verrà precisato, vengono inglobati interessi che compongono le rate precedenti), sia che essa sia rappresentata dalla quota capitale di una determinata rata in scadenza, a ben vedere - in ragione della natura (comunque) secondaria degli interessi che si producono con entrambe le metodologie di calcolo e della medesima dinamica esponenziale, implicata dal regime finanziario utilizzato, con la quale essi sono computati - pare innegabile che il fenomeno anatocistico si presenta indifferentemente nell’uno come nell’altro caso; distinguendosi dette metodologie, in buona sostanza, unicamente per la più o meno agevole percepibilità (o, se si vuole, “evidenza”) dell’effetto finanziario che ne deriva (che comunque si configura, almeno “qualitativamente”, identico). Non può che derivarne, anche in relazione a tale soluzione interpretativa alternativa, la sussistenza della dinamica anatocistica in entrambi gli scenari suindicati.

Per altro verso, diversamente da quanto ritenuto nella sentenza torinese in virtù del richiamo alla motivazione (espressamente condivisa) della citata pronuncia del Tribunale di Arezzo del 24.11.2011 (“l’applicazione dell’interesse composto non provoca alcun fenomeno anatocistico nel conteggio degli interessi contenuti in ogni singola rata”) – recepita anche in altre decisioni di merito[51] - e come ha avuto modo di sottolineare autorevole letteratura matematica, l’utilizzo di un determinato regime ai fini della formazione della rata costante non può che comportare (necessariamente) l’impiego del medesimo regime anche per la quantificazione delle quote interessi delle singole rate, in ragione dell’incompatibilità delle leggi che governano i due diversi regimi finanziari (capitalizzazione semplice e capitalizzazione composta); in altri termini, “non è algebricamente ammissibile che, nella stesura dello stesso piano di ammortamento, possano convivere gli algoritmi di due diversi regimi finanziari, tranne che in casi estremamente particolari (esempio: caso di ammortamento a tasso nullo oppure a rimborso uniperiodale (non rateale))”[52]. Dal principio appena enunciato, quindi, non può che derivare l’assoluta infondatezza dell’assunto, recepito in numerose pronunce di merito, secondo cui l’impiego del regime composto nei piani di rimborso rateale “alla francese” avrebbe la mera funzione di assicurare l’uguaglianza tra il capitale finanziato ed il totale delle quote capitale che compongono le varie rate, mentre gli interessi risulterebbero calcolati in capitalizzazione semplice[53].

Ed è appena il caso di rimarcare che, come già accennato, il pagamento delle quote interessi comprese nelle singole rate non è affatto incompatibile con la capitalizzazione composta degli stessi interessi, secondo quanto invece dato per presupposto in gran parte delle pronunce di merito che hanno argomentato l’esclusione della dinamica anatocistica per l’appunto in ragione del pagamento delle varie quote interessi alla scadenza delle rate di rispettiva pertinenza[54]: costituisce, infatti, principio consolidato della scienza matematica finanziaria che la disponibilità di questi ultimi (con conseguente possibilità di impiego fruttifero) in capo al creditore alla scadenza di ciascuna rata costituisce, per l’appunto, indice rivelatore tipico del ricorso al regime composto: “… la differenza tra il regime dell’interesse semplice e quello dell’interesse composto non è solo <<quantitativa>> (gli interessi si generano con diverse velocità), ma anche <<qualitativa>>. Soltanto in un investimento che segua il secondo tutta la ricchezza via via accumulata è sempre, subito, a disposizione dell’investitore senza alcuna distinzione tra capitale fruttifero e interessi. Questi ultimi, infatti, sono automaticamente e continuamente assimilati al primo”[55]; in altri termini, sotto tale profilo, facendo ricorso al regime composto “pagare significa capitalizzare” (di tal che, prevedere una pluralità di pagamenti periodici, tali da permettere al creditore la disponibilità e la possibilità di impiego fruttifero delle somme percepite, equivale a stabilire, contabilmente, una pluralità di capitalizzazioni), mentre, per converso, “nel regime finanziario della capitalizzazione semplice, gli interessi dovrebbero essere liquidati alla fine del periodo di ammortamento, oppure in corrispondenza della scadenza di ciascuna rata, restando però improduttivi fino al termine finale, oppure, ancor meglio, essere pagati in corrispondenza della scadenza di ciascuna rata in forma anticipata, cioè attualizzati finanziariamente nel regime della capitalizzazione semplice”[56]. In effetti, “un’operazione si svolge in regime di capitalizzazione semplice quando l’interesse è disponibile solamente alla fine del periodo di impiego. … si svolge in regime di capitalizzazione composta quando l’interesse è disponibile alle fine di ogni periodo di capitalizzazione”[57]. Il fatto che nel piano di ammortamento alla francese stilato in capitalizzazione composta gli interessi ricompresi (in orma di quota) nelle varie rate siano “a ciascuna scadenza interamente pagati” - ciò che peraltro comporta che “un pari ammontare di capitale viene sottratto al rimborso e conservato al debito residuo”[58] - consente di escludere che i pagamenti che si susseguono valgano a ridurre effettivamente in misura corrispondente il “debito residuo” (giova precisare, quello preso in considerazione alla scadenza di ciascun periodo del rimborso progressivo, costituito, come già precisato, da una “miscela” di capitale e di interessi), quale base di calcolo della quota interessi della rata successiva: la lievitazione esponenziale degli interessi deriva dalla relazione autoregressiva che si riflette nell’anticipazione dei pagamenti inerenti al debito per interessi rispetto a quello avente ad oggetto il capitale di riferimento, di modo che, in buona sostanza, “tanto maggiori sono gli interessi corrisposti anticipatamente rispetto alla scadenza del capitale, tanto maggiori saranno gli interessi nelle rate successive”[59]. Né il puntuale pagamento alla scadenza delle rate di rimborso (comprensive delle rispettive quote interessi) vale ad escludere che, come dianzi accennato, attraverso la capitalizzazione composta il monte interessi complessivo venga stabilito non già con ripetuti e distinti calcoli (e/o attraverso ripetute e distinte intese negoziali) in occasione delle singole operazioni contabili che si susseguono in corrispondenza del termine dei vari periodi di capitalizzazione, vale a dire al momento della scadenza delle varie rate (e quindi nel corso della fase esecutiva del rapporto), bensì ex ante, già all’atto della predisposizione del piano di ammortamento (e quindi fin dalla fase genetica del vincolo). Quanto appena esposto vale a consentire che, di scadenza in scadenza (ma in base ad un unico complesso calcolo, operato, ab origine, fin dal momento della stipulazione del contratto di finanziamento, rectius, ancor prima), la sorte sulla quale viene conteggiata la quota interessi di ciascuna rata sia costituita dal debito capitale residuo (del periodo precedente) maggiorato di interessi che compongono le rate pregresse (maturati e già conteggiati) e ciò, giova ribadire, quand’anche questi ultimi dovessero risultare puntualmente pagati alle rispettive scadenze periodiche: “gli interessi relativi alla rata k-esima sono funzione del debito residuo il quale a sua volta è funzione delle quote capitale corrisposte, ma anche queste ultime, per via della rata predeterminata costante, sono funzione degli interessi pregressi corrisposti: per tale via si realizza un rapporto funzionale diretto e proporzionale degli interessi della rata k-sima agli interessi pregressi, ancorché già corrisposti”[60]. Non che può derivarne – in riferimento all’anatocismo “convenzionale” - la conferma dell’applicabilità dell’art. 1283 c.c. sia nello scenario di evoluzione fisiologica, sia in quello di evoluzione patologica del rapporto, non presupponendo affatto la relativa disciplina la necessità dell’inadempimento del debitore (sia esso antecedente o successivo rispetto alla stipulazione della convenzione anatocistica)[61].

Non pare inoltre convincente il rilievo critico espresso dal Giudice torinese circa l’affermazione secondo cui l’art. 1283 c.c. dovrebbe “applicarsi, come norma materiale, anche per il tramite della frode alla legge ex art. 1344 c.c., non soltanto alla fattispecie regolata, ma a ogni altra convenzione (anteriore alla scadenza) che realizzi un risultato economicamente equivalente, di produzione di interessi su interessi”. Al riguardo, infatti, occorre tenere conto della natura imperativa dell’art. 1283 c.c., che impone un’interpretazione aderente alla ratio della previsione, tale da privilegiare, in chiave teleologica, la sostanza dell’intentio legis, anzichè il mero dettato letterale, al fine di evitare, attraverso artifici contabili elusivi, la violazione della dinamica economico-finanziaria vietata dalla stessa disposizione; e ciò interpretando il divieto come inerente non soltanto ad “accordi preventivi che direttamente stabiliscano la produzione di interessi su interessi”, ma anche ad “accordi preventivi che abbiano comunque l’effetto di determinare la produzione di interessi su interessi”[62].

Non possono che condividersi, quindi, le eloquenti considerazioni recentemente espresse da autorevoli studiosi, che hanno affrontato la tematica sia sotto il profilo giuridico che sul piano scientifico: “Nella realtà operativa, nella (quasi) totalità dei mutui “alla francese” vengono utilizzati algoritmi di calcolo basati sulle leggi finanziarie del regime della capitalizzazione composta e ciò comporta, escludendo i casi banali di un mutuo uniperiodale o di un tasso di interesse nullo, la presenza di anatocismo …Ogni debito residuo si ottiene dal precedente, sottraendo la rata e aggiungendo (capitalizzando) la quota interessi, la quale verrà quindi considerata nel calcolo delle successive quote interessi ….. ”[63]; “Detto che per la matematica finanziaria la rata, la quota capitale e la quota interesse, componenti il piano di ammortamento del mutuo, sono interconnesse tra loro, e il tasso applicato è determinato dal numero e dall’entità delle rate, è da sempre noto che l’imputazione dei pagamenti fatta prima agli interessi produce un effetto anatocistico perché in generale contraria alla legge dell’interesse semplice, che prevede o un’unica capitalizzazione degli interessi al termine del periodo di finanziamento o che gli interessi non producano interessi … Da ciò deriva che più frequenti saranno i pagamenti, più frequenti saranno le capitalizzazioni degli interessi, con conseguente anatocismo ed incremento degli stessi”[64]; “… ancorché gli interessi vengano, ad ogni scadenza, calcolati sul debito residuo, mantengono comunque una loro natura secondaria, nella misura in cui il relativo importo, in ciascuna rata, viene a dipendere, in funzione diretta e proporzionale, dagli interessi pregressi, scaduti e pagati; cioè, fissato capitale, rata e scadenze, in alternativa al calcolo sul debito residuo, il medesimo importo degli interessi può essere determinato, in via non più primaria, attraverso una funzione degli interessi primari precedentemente corrisposti in una sorte di proporzionalità autoregressiva: la circostanza che siano scaduti e pagati non modifica la natura dell’effetto esponenziale indotto negli interessi successivamente calcolati. Ancorché, in prima facie, alle distinte scadenze, gli interessi pagati vengono calcolati sul debito residuo, a motivo della menzionata dipendenza dagli interessi pregressi, si produce nell’ammortamento alla francese la progressività esponenziale con il tempo tipica dell’anatocismo”[65]; “Poiché la rata dell’ammortamento “francese” è calcolata nel regime finanziario della capitalizzazione composta, ciò comporta, necessariamente, il calcolo di interessi su interessi….. l’aggiornamento del debito residuo ad ogni scadenza prevede che gli interessi maturati sul debito residuo nel periodo precedente vengano incorporati nel debito … coerentemente al tipico schema della capitalizzazione composta”[66]; “Invero, ove si presti attenzione al meccanismo di calcolo dello sconto composto … che presiede alla formazione della rata, si comprende come non abbia alcun rilievo il fatto che il capitale erogato in rata diminuisca progressivamente e gli interessi perciò stesso non possano ipotizzarsi come inglobati in esso producendo a loro volta interessi. Questo non accade per la semplice ragione che quando si procede alla costruzione del piano ed alla determinazione del montante si computano ex ante gli interessi sul debito iniziale per il tramite appunto dello sconto composto, che tiene conto di un certo numero di rate costanti di ammontare determinato. ….. Il capitale conteggiato in rata in quanto esattamente corrispondente in ipotesi al debito residuo risulta così all’apparenza immacolato. Ciò però non significa che immacolato dal peccato di anatocismo debba anche essere il montante (madre di tutte le rate), se è vero che lo sconto composto applicato comporta con riguardo al medesimo che ad ogni periodo t, l’interesse percepito nel periodo (t-1) sia considerato nuovo capitale e venga quindi incluso nel medesimo. Nel meccanismo di calcolo di sconto composto, con cui si determina il montante, dunque al tempo t, l’interesse relativo non risulta calcolato sul capitale originario netto, ma sulla somma del capitale originario e degli interessi conteggiati nei periodi precedenti, integrando così a pieno anatocismo con riguardo alla rata unitariamente considerata”[67]; “Nel regime finanziario dell’interesse composto, alla fine di ogni periodo l’interesse maturato viene sommato al capitale, per costituire così un nuovo capitale sul quale calcolare gli interessi del periodo successivo. Considerando che il montante è per l’appunto la somma di capitale e interessi maturati, nell’interesse composto il montante alla fine di un periodo viene assunto nuovo capitale per il periodo successivo”[68].

Non pare del resto casuale che - per quanto l’indicazione del regime finanziario non sia contemplata tra quelle “informazioni essenziali” di cui alle lettere a), b) e c), integranti il contenuto del contratto di finanziamento (relative al “tipo”, alle “parti” del contratto, nonché importo totale del finanziamento” ed alle “condizioni di prelievo e di rimborso” e la cui mancata indicazione nel testo contrattuale comporta, ai sensi dell’art. 125 bis, comma 5, la nullità dello stesso contratto) - la stessa Banca d’Italia, nondimeno, nelle “Istruzioni per la compilazione del prospetto informativo Europeo Standardizzato” diramate presso gli istituti vigilati, con espresso e specifico riferimento ai finanziamento a rimborso graduale ha stabilito che “qualora il credito sia a rimborso differito degli interessi, ossia quando gli interessi non sono interamente rimborsati con le rate e sono invece aggiunti all’importo totale del credito residuo, è illustrato: come e quando l’interesse differito è imputato al credito come importo in contanti; quali sono le conseguenze per il consumatore circa il debito residuo”; indicazione, quest’ultima, che vale a rivelare l’indubbia consapevolezza in capo allo stesso organo di vigilanza bancaria, in riferimento ai piani di ammortamento a rata costante stilati in regime composto, della (già evidenziata) peculiare funzione degli interessi già contabilizzati contenuti nelle rate precedenti, ai fini, per l’appunto, della determinazione del “debito residuo” e della conseguente quantificazione della quota interessi delle rate successive.

In definitiva, atteso che “il regime finanziario dell’interesse composto è caratterizzato dalla proprietà che l’interesse che matura in ciascun periodo al termine del periodo viene sommato al capitale per concorrere alla produzione dell’interesse nel periodo successivo”[69] – principio assolutamente pacifico in matematica finanziaria[70] - ed una volta riconosciuto che la pattuizione anatocistica integrata dal richiamo al piano di ammortamento in capitalizzazione composta allegato al contratto di finanziamento a rimborso progressivo (piano che risponde alla condizione di equità finanziaria che connota il medesimo regime finanziario) rappresenta una convenzione anteriore alla scadenza degli interessi primari che compongono le quote di pertinenza delle varie rate di rimborso (in palese contrasto con il disposto imperativo di cui all’art. 1283 c.c.), non può che derivarne ragionevolmente che in uno scenario di tal genere l’impiego del suddetto regime esponenziale comporta inevitabilmente un effetto anatocistico [71]; e ciò, giova precisare, in virtù della proprietà di scindibilità propria della legge finanziaria che lo governa e “qualunque sia il piano di rimborso del prestito, sia esso in unica soluzione alla scadenza oppure graduale nel tempo, a rate costanti o meno”[72]. Risultano aderenti all’orientamento ricostruttivo appena indicato (pressochè pacifico nella letteratura scientifica in materia) talune pronunce di merito, che invero rappresentano, almeno nell’attuale stato dell’arte, un indirizzo giurisprudenziale ancora minoritario, ma che di recente sta registrando sempre maggiore diffusione[73].

L’equivoco essenziale che inficia la contraria ricostruzione interpretativa, in questa sede criticata, pur recepita da nutrita giurisprudenza di merito[74] (che, in taluni casi, ha addirittura sanzionato con statuizioni condannatorie per responsabilità aggravata, ex art. 96 c.p.c., l’attività difensiva fondata sul rilievo del contrasto tra l’impiego del regime composto nel piano di ammortamento alla francese ed il disposto di cui all’art. 1283 c.c.[75]), consiste, in definitiva, nel trascurare di considerare che, come rimarcato da illustri cattedratici, “… il debito residuo è funzione della quota capitale, che a sua volta dipende dal calcolo della rata costante, che … è calcolata nel regime finanziario della capitalizzazione composta” e che “ … gli interessi, ancorchè semplici nell’intervallo temporale, supposto unitario, tra due scadenze successive, finiscono per incorporarsi nel capitale che li ha generati, secondo lo schema tipico della capitalizzazione composta”[76]. In realtà, prospettare il T.A.N. come riferito ad un intervallo di tempo unitario tra due scadenze successive (scenario in presenza soltanto del quale le funzioni del regime semplice e del regime composto coincidono) presuppone ed implica che l’obbligazione di rimborso del mutuo sia scomposta in una pluralità di operazioni finanziarie successive (in buona sostanza, in una pluralità di prestiti), ciò che contrasta palesemente con il consolidato principio giurisprudenziale della distinzione giuridica dell’obbligazione restitutoria (relativa al capitale) e di quella accessoria (inerente agli interessi corrispettivi); principio ormai dominante nel diritto vivente e che ha reso pressochè priva di concreta portata applicativa nell’attuale casistica giudiziaria la teorica per la quale la rata di rimborso (comprensiva di quota capitale e quota interessi) costituirebbe un “unicum” inscindibile, ovvero un’obbligazione autonoma ed unitaria (avente ad oggetto, per l’appunto, la prestazione pecuniaria consistente nella rata nella sua interezza), obbligazione nella quale non sarebbe più dato distinguere (né sotto il profilo economico-contabile, né dal punto di vista giuridico) tra sorte capitale ed interessi[77]; teorica, quest’ultima, cui si era fatto ricorso in dottrina anche al fine di escludere che, con riguardo ai conti correnti bancari, la capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi integrasse violazione dell’art. 1283 c.c.[78] ed alla quale anche la stessa Corte regolatrice aveva in precedenza prestato sostanziale adesione – giova precisare in pronunce risalenti ad epoca antecedente al revirement compiuto con le succitate sentenze del 1999 - laddove, con specifico riferimento al contratto di mutuo ed in relazione all’obbligo di corrispondere gli interessi di mora (anche) sulle quote interessi comprese nelle rate scadute e non pagate, si era affermato che non si sarebbe potuto “correttamente … parlare di anatocismo, perché gli interessi di ammortamento costituiscono componenti della rata secondo la tabella di ammortamento del mutuo e devono ritenersi capitale da restituire …”[79]. Tale teorica è stata invece superata e sottoposta a radicale critica dal medesimo Supremo Collegio a seguito del richiamato “tempestoso” overruling giurisprudenziale del 1999[80]. Del resto, fin dal XIX secolo un insigne matematico ebbe modo di porre in luce l’artificio contabile consistente nel procedere all’analisi del fenomeno occultando l’utilizzo del regime composto per il calcolo degli interessi e creando le condizioni dell’apparente impiego a tal fine di quello semplice, rapportando il tasso di interesse ad un tempo unitario (vale a dire creando le condizioni per la coincidenza dell’unità di tempo a cui è riferito il tasso contrattuale con il periodo scaduto il quale avviene la singola capitalizzazione, corrispondente a quella operata per ciascuna rata) e rendendo al contempo (convenzionalmente) esigibile, di scadenza in scadenza, l’obbligo di pagamento degli interessi maturati in ciascun periodo; ipotesi questa nella quale (soltanto), come dianzi precisato, le funzioni del regime della capitalizzazione semplice e del regime della capitalizzazione composta effettivamente coincidono: “Questo problema dell’annuità è presso noi conosciuto col nome di calcolo a scaletta, che si enuncia col linguaggio di interesse semplice, mascherando l’interesse composto sotto la condizione dell’obbligo di pagare in fin di ogni unità di tempo gli interessi semplici del capitale già maturati; imperciocchè questa maniera di pagare i frutti all’altra equivale di dover pagare gl’interessi degli interessi dopo il tempo t”[81]. In altri termini, “solo se il periodo di capitalizzazione coincide con l’unità di tempo a cui è riferito il tasso, quest’ultimo coincide con l’interesse per “una” unità di tempo (ma non per ogni unità di tempo” [82]; ciò che vale, per l’appunto, a creare l’apparenza del ricorso al regime lineare. Anche più recentemente, è stato correttamente evidenziato che “se il piano d’ammortamento di un prestito prevede pagamento d’interessi su un debito (per sorte capitale, n.d.r.) ancora non scaduto, allora il flusso di cassa cui esso dà luogo corrisponde a quello di un investimento in interesse composto al tasso uguale al TAEG di quel prestito”[83] e, in modo ancor più eloquente, che tutte le volte che, “nelle forme di ammortamento progressivo”, qualora in base alla disciplina negoziale “il debitore paghi periodicamente gli interessi, via via maturati sul debito … residuo”, tale modus procedendi è di per sé riconducibile “entro l’ambito dell’interesse composto”[84].

In definitiva, l’equivoco in cui incorre l’indirizzo giurisprudenziale in questa sede criticato è ravvisabile nel dare per presupposto (in mancanza di effettiva verifica scientifica e quindi in base ad una mera congettura) che, alla scadenza di ciascuna rata di rimborso, la quota interessi della rata successiva venga effettivamente calcolata applicando il tasso pattuito sul (solo) intero debito capitale residuo, senza tener conto che, in realtà, a tal fine detto capitale residuo viene maggiorato (in funzione meramente contabile, per quantificare le quote interessi fin dall’elaborazione del piano di ammortamento e, quindi, ben prima dell’effettiva scadenza delle varie rate, ciò che implica, per l’appunto, una convenzione in tal senso anteriore alla scadenza, scenario illecito ai sensi dell’art. 1283 c.c.) di interessi già maturati che compongono le rate che precedono quella presa in considerazione; vale a dire omettendo di porre in evidenza che, in buona sostanza, il computo degli interessi viene effettuato sul montante (comprensivo di capitale e di interessi pregressi), non già soltanto sul capitale residuo: infatti, gli interessi che compongono ciascuna rata successiva alla prima, indipendentemente dal loro effettivo pagamento, in base al regime composto vengono comunque “contabilizzati nel conto economico”, di tal che essi “vanno ad aumentare il debito residuo e quindi capitalizzati”, producendo, pertanto, “altri interessi per il periodo successivo”[85]. Ciò, peraltro, ricorrendo ad una sorta di roll over del finanziamento alla scadenza di ciascun periodo di rimborso, scomponendolo arbitrariamente in una pluralità di distinte ed autonome operazioni finanziarie, in contrasto con il consolidato principio recepito dalla Corte regolatrice secondo cui, costituendo il mutuo “contratto di durata”, “le diverse rate … non costituiscono autonome e distinte obbligazioni, bensì l’adempimento frazionato di un’unica obbligazione”; di modo che “il beneficio del pagamento rateale è solo una modalità prevista per favorire il mutuatario attraverso l’assolvimento ripartito nel tempo della propria obbligazione, ma non consegue l’effetto di frazionare il debito in tante autonome obbligazioni”[86]. Del resto, come è stato acutamente osservato i dottrina, se così non fosse non si potrebbe “altrimenti spiegare” la previsione di cui all’art. 1819 c.c., “per la quale il mancato pagamento di una rata può produrre la decadenza dal beneficio del termine”[87]. Non è quindi assolutamente vero, in definitiva, che, come affermato nella pronuncia in commento, anche in virtù del richiamo a quella del Tribunale di Arezzo succitata, le quote interessi sono “calcolate solamente sul debito residuo in linea capitale in essere al momento del conteggio”, atteso che, ai fini del calcolo di dette quote, gli interessi compresi nelle rate precedenti (indipendentemente dal fatto che risultino pagati o rimangano insoluti nella fase esecutiva dell’obbligazione di rimborso) vengono inglobati nel debito capitale residuo (del periodo precedente) e dalla somma complessiva che deriva da tale operazione – che in un recente studio scientifico è stata eloquentemente definita “miscela di capitale e interessi”[88] - viene sottratta non già l’intera rata presa in considerazione, bensì la sola componente per sorte capitale della stessa; ciò che vale a confermare che, ai fini della determinazione del debito che residua dalla contabilizzazione del pagamento di ciascuna rata (esclusa la prima) e della quantificazione delle quote interessi delle rate successive, nel medesimo “debito residuo” vengono, di volta in volta (ovvero con riferimento a ciascuna scadenza delle varie rate successive alla prima), cumulati parte degli interessi (già) conteggiati nelle rate pregresse (ovvero la componente anatocistica degli stessi); in tal modo procedendo, in buona sostanza, ad un continuo aggiornamento contabile del ridetto debito, come se si trattasse di una pluralità di rapporti finanziari successivi (in palese contrasto con il consolidato principio di unicità dell’obbligazione restitutoria che deriva dal finanziamento). In altri termini, in un piano di rimborso progressivo di un finanziamento elaborato in regime di capitalizzazione composta, “il debito residuo cresce esponenzialmente nel tempo perché gli interessi maturati in un periodo, inglobati nel debito residuo, producono ulteriori interessi nei periodi successivi”[89]. Ne consegue, pertanto, che non è affatto fondata l’affermazione per la quale nei piani di ammortamento a rata costante stilati in capitalizzazione composta il fenomeno anatocistico sarebbe da escludere in radice in quanto “al termine di ciascun periodo, la quota interessi è calcolata tramite il prodotto fra tasso di interesse e debito residuo alla medesima data”, ovvero “tenendo conto del solo debito residuo in linea capitale e non anche di interessi pregressi”, secondo quanto sostenuto dal Tribunale di Torino, attraverso il richiamo testuale alla (dallo stesso condivisa) motivazione della sentenza del Tribunale di Arezzo del 24.11.2011.







3. Il rapporto tra il regime finanziario e la produzione degli interessi (proporzionale o esponenziale rispetto al tempo) alla luce della disciplina codicistica (artt. 821 comma 3 e 1284 comma 1 c.c.).



Né può condividersi l’assunto, contenuto nella medesima sentenza del Tribunale di Torino, secondo cui l’art. 821 comma 3 c.c., lungi dallo stabilire il regime della capitalizzazione semplice quale modello legale tipico di produzione degli interessi (ovvero dal rivelare “una preferenza legislativa per il metodo dell’interesse semplice”), si limiterebbe soltanto a “prevedere che gli interessi-frutti civili <<si acquistano giorno per giorno, in ragione della durata del diritto>>”, vale a dire “a prevedere che i frutti crescano con progressione giornaliera (de die in diem)”, senza affatto prescrivere, quindi, “che tale progressione sia aritmetica (interesse semplice) anziché geometrica (interesse composto)”. La nozione di “progressione giornaliera”, nella sua genericità, non vale del resto a qualificare, di per sé sola, il regime attraverso il quale maturano gli interessi sulla sorte capitale; interessi che (diversamente dai canoni di locazione) necessitano, ai fini del loro calcolo, per l’appunto dell’individuazione del regime finanziario prescelto. Trattasi, in effetti, di argomento in contrasto con la consolidata giurisprudenza di legittimità in materia [90] e smentito, in chiave ermeneutica, dagli stessi lavori preparatori che precedettero la promulgazione del Codice Civile del 1942, in particolare dalla Relazione del Guardasigilli Grandi, per quanto verrà di seguito precisato; e ciò al di là della considerazione, di ordine logico-letterale, per la quale la locuzione che fa riferimento alla maturazione degli interessi “giorno per giorno” (non già, in ipotesi, “giorno su giorno”) pare ben più compatibile con il regime della capitalizzazione semplice (basato sul principio di proporzionalità e sull’incremento secondo progressione aritmetica) piuttosto che con quello della capitalizzazione composta (caratterizzato dalla produzione esponenziale degli interessi secondo progressione geometrica)[91]. Lo stesso art. 1284 comma 1 c.c., nello stabilire il saggio legale degli interessi in rapporto all’anno (prescindendo quindi dai tempi della corresponsione degli stessi, ovvero dall’eventuale scadenza infrannuale delle rate, e facendo riferimento esclusivamente alla loro proporzionalità rispetto al capitale finanziato ed alla durata del godimento dello stesso da parte del mutuatario - connotato che caratterizza sul piano economico il concetto di prezzo del finanziamento) - richiama, a ben vedere, il regime finanziario lineare, specie ove letto congiuntamente all’art. 1283 c.c.; non a caso, un insigne giurista, in linea con la dottrina tradizionale[92], nell’individuare nella proporzionalità (unitamente all’omogeneità ed alla periodicità) uno dei caratteri tipici dell’obbligazione per interessi, ha avuto modo di sottolineare, per l’appunto, che essi “sono determinati in base all’applicazione di un’aliquota, fissa o variabile, alla somma capitale nel corso del tempo (proporzionalità)”[93].

Il Supremo Collegio, del resto, ha in più occasioni affermato un eloquente ed inequivoco principio di diritto, escludendo che l’espressione “in ragione della durata del diritto” (contenuta nel citato comma 3 dell’art. 821 c.c.) possa essere intesa, in ipotesi, anziché in chiave di proporzionalità (ovvero secondo progressione aritmetica), nel senso della produzione esponenziale (vale a dire alla stregua di progressione geometrica) degli interessi rispetto al tempo: “In tema di maturazione degli interessi il periodo normale preso a base per il calcolo di essi è il giorno. A norma dell'art. 821 cod. civ., i frutti civili (tra i quali sono compresi gli interessi dei capitali) si acquistano giorno per giorno. Pertanto, poichè l'art. 1284 cod. civ. stabilisce che il saggio degli interessi legali è il cinque per cento in ragione di anno, ove occorra determinare l'importo degli interessi per un periodo inferiore all'anno, bisogna dividere l'importo degli interessi annuali per il numero dei giorni che compongono l'anno e moltiplicare il quoziente per il numero dei giorni da considerare”[94].

Richiamate le considerazioni in precedenza svolte, siffatto principio si risolve, a ben vedere, nell’affermazione della formula matematica dell’interesse semplice quale unico regime finanziario applicabile al fine di rispettare l’art. 1283 c.c.: in pratica, tale previsione imperativa vieta la produzione di interessi su interessi (salvo che ricorrano le precipue condizioni ivi previste) proprio perché essa consiste in una metodologia di calcolo che, per sua stessa natura, implica violazione del principio di proporzionalità recepito dall’art. 821 comma 3 c.c., in virtù del quale la produzione degli interessi deve operare in modo proporzionale rispetto al tempo ed al capitale (mentre con la capitalizzazione composta avviene in modo esponenziale, ovvero proporzionale al montante, comprensivo di capitale ed interessi). Il principio richiamato risulta ribadito anche nella successiva sentenza della Corte regolatrice n. 20600/2011, laddove, per l’appunto sul presupposto della regola generale secondo cui gli interessi su somme di denaro "si acquistano giorno per giorno, in ragione della durata del diritto (art. 821 c.c., comma 3)”, si è testualmente rimarcato che “Il saggio di interesse costituisce … la misura della fecondità del denaro (predeterminata ex lege o stabilita dalla autonomia negoziale) ed è normalmente determinato con espressione numerica percentuale in funzione della durata della disponibilità e dell'ammontare della somma dovuta o del capitale (cfr. art. 1284 c.c., comma 1), ed opera, pertanto, su un piano distinto dalla disciplina giuridica della modalità di acquisto del diritto, fornendo il criterio di liquidazione monetaria dello stesso indipendentemente dal periodo - corrispondente od inferiore all'anno - da assumere a base del conteggio (nel caso in cui occorra determinare, sulla base di un saggio di interesse stabilito in ragione di anno, l'importo degli interessi per un periodo inferiore, bisogna dividere l'ammontare degli interessi annuali per il numero di giorni che compongono l'anno e moltiplicare il quoziente per il numero dei giorni da considerare)[95]”. Anche nella sentenza n. 870/2006 della Corte regolatrice, nel richiamare “il principio in base al quale l'utilizzazione di un capitale o di una cosa fruttifera obbliga l'utente al pagamento di una somma … corrispettiva al godimento ricevuto” (e quindi in relazione alla nozione di frutti civili, di cui all’art. 820 comma 3 c.c.), si è qualificata espressamente tale somma come “proporzionale” (evidentemente rispetto al capitale ed alla durata) e ciò in virtù dell’inequivoco richiamo al principio presupposto, di cui al citato art. 821 comma 3 c.c.[96]. Non a caso, del resto, con la fondamentale sentenza n. 24418/2010, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, nel confermare l’illegittimità della prassi della capitalizzazione trimestrale degli interessi debitori nei conti correnti bancari (in quanto non rispondente ad alcun uso normativo derogatorio rispetto al disposto imperativo di cui all’art. 1283 c.c.) e nell’escludere che, ai fini dell’accertamento del saldo, possa farsi ricorso, in sostituzione, alla capitalizzazione annuale, non hanno potuto che concludere nel senso che “gli interessi a debito del correntista debbono essere calcolati senza operare capitalizzazione alcuna"[97]; facendo quindi in tal modo inequivoco riferimento, per l’appunto, alla capitalizzazione semplice (ovvero a quella applicata soltanto al momento della chiusura definitiva del conto); e ciò proprio in quanto quest’ultimo regime finanziario corrisponde, come sin qui chiarito, al modello legale tipico di produzione di interessi (in conformità al combinato disposto di cui agli artt. 821 comma 3 e 1284 comma 1 c.c.).

Il diritto vivente compendiato negli arresti giurisprudenziali sin qui richiamati trova, del resto, univoco conforto, sia pure con accenti e declinazioni vari, nella dottrina che ha affrontato la tematica in questione: tra i caratteri essenziali degli interessi è stato infatti individuato, per l’appunto, quello della “proporzionalità, intesa nel senso che l’oggetto dell’obbligazione di interessi viene determinato in base alla moltiplicazione del fattore tempo per una determinata aliquota del debito principale”[98]; e ciò in assoluta conformità alla formula che, in matematica finanziaria, esprime il regime di capitalizzazione semplice (I = C i t); dovendosi precisare, al riguardo, che in tale contesto il “tempo” non può che essere identificato nella frazione temporale nella quale si acquista ex lege il diritto agli interessi, vale a dire il “giorno” (art. 821 comma 3 c.c.). Ed ancora, si è sottolineato: che “il tasso degli interessi stabilisce, per definizione, un rapporto di proporzionalità tra le quantità dell’obbligazione principale ed accessoria; non rileva, invece, propriamente e nonostante che sia commisurato ad un periodo di tempo, sul rapporto tra il tempo durante il quale il capitale produce interessi e l’ammontare complessivo degli interessi dovuti per quel periodo: questo rapporto, che è pure di proporzionalità, è un effetto necessario della periodicità della obbligazione, e quindi del fatto che il debito complessivo di interessi è la somma degli interessi acquistati in ciascun periodo unitario, somma che riflette appunto la durata della produttività del capitale”[99]; e che, in perfetta aderenza al suenunciato principio espresso dalla Suprema Corte, il fatto che, ai sensi dell’art. 821 comma 3 c.c., “i frutti civili si acquistano giorno per giorno” (in ragione della durata del godimento del capitale, n.d.r.) … postula che l’obbligazione relativa ai frutti civili in concreto si accresce in funzione dei giorni di durata del rapporto”, di modo che, ad esempio, “se quale corrispettivo di un contratto di locazione viene fissato un determinato canone, il proprietario acquista ogni giorno il diritto di aver corrisposto una frazione di tale canone, che si può calcolare dividendo il corrispettivo complessivamente convenuto per i giorni di durata del rapporto”[100]; criterio, quello appena indicato, che, con precipuo riferimento alla produzione degli interessi, si attaglia tipicamente al regime della capitalizzazione semplice, fondato per l’appunto sul principio di proporzionalità.

Nella Relazione del Ministro Guardasigilli Grandi al Codice Civile del 1942 (sub paragrafo 391) si legge, del resto, che “Nel definire i frutti civili (art. 820, ultimo comma), sostituendo la formula del codice anteriore (art. 444, terzo comma), che definiva tali i frutti che si ottengono “per occasione della cosa”, ho posto in luce il rapporto giuridico di cui la cosa è oggetto, come quello attraverso il quale la cosa diviene fonte di reddito economico. Nell’acquisto dei frutti naturali … il momento della separazione è decisivo per l’acquisto da parte dell’avente diritto che sia diverso dal proprietario (art. 821, primo comma). Naturalmente questa distinzione non ha riscontro per i frutti civili, dove la nozione del frutto è soltanto metaforica e il diritto alla prestazione è fondato sul rapporto giuridico che costituisce l’obbligo: perciò l’art. 821, ultimo comma, riproducendo l’art. 481 del codice del 1865, afferma che essi si acquistano giorno per giorno in ragione della durata del diritto” . Dalla citata “Relazione Grandi” si desume, quindi, che la novità introdotta nell’art. 821 comma 3 c.c. consiste nell’aver rimesso all’autonomia negoziale dei contraenti la scelta del momento temporale in cui i frutti civili debbano essere effettivamente incassati (ovvero nel quale essi diventano esigibili), momento che deve essere indicato nel “rapporto giuridico che costituisce l’obbligo” (ovvero, più propriamente, nel contratto dal quale deriva detto rapporto); mentre la stessa Relazione rimarca la continuità tra la disciplina del Codice del 1942 rispetto a quella del 1865 in relazione alla modalità di acquisto dei frutti civili, evidenziando, per l’appunto, che l’ (attuale) art. 821 comma 3 c.c., così “come l’art. 481 del codice del 1865”, continua ad imporre che essi maturano “giorno per giorno”. In definitiva, quando i frutti civili sono gli interessi dei capitali, la volontà delle parti non può derogare al criterio legale che regola la modalità di acquisto degli interessi, costituito dal regime lineare della capitalizzazione semplice; principio che, unitamente agli art. 1283 e 1284 c.c., deve ritenersi quindi parte integrante della disciplina imperativa in materia[101].

Per completezza di trattazione, in tale contesto deve escludersi che la maggiore entità del monte interessi in un piano di ammortamento a rata costante elaborato in capitalizzazione composta rispetto a quello che si presenta (fermi restando lo stesso T.A.N., gli stessi numeri e la stessa periodicità di rate) in un analogo piano stilato in capitalizzazione semplice costituirebbe non già conseguenza di un fenomeno anatocistico, bensì della particolare modalità di costruzione della rata, che, essendo caratterizzata dalla più lenta riduzione del debito per sorte capitale residua (rallentamento indotto dalla prioritaria imputazione dei periodici pagamenti agli interessi di tempo in tempo maturati), garantirebbe il rispetto della regola stabilita dall’art. 1194 c.c., secondo cui “il debitore non può imputare il pagamento al capitale, piuttosto che agli interessi e alle spese, senza il consenso del creditore” (comma 1) e “Il pagamento fatto in conto di capitale e d'interessi deve essere imputato prima agli interessi” (comma 2). In altri termini, trattandosi di criterio di restituzione del prestito che privilegia, sotto il profilo cronologico, l’imputazione prioritaria ad interessi piuttosto che a capitale, la legittimità dello stesso sarebbe rivelata, per l’appunto, dalla sua conformità al disposto di cui al citato art. 1194 c.c.[102]. In realtà, l’operatività del criterio di imputazione legale dell’art. 1194 c.c. viene tradizionalmente circoscritta da consolidata giurisprudenza di legittimità alle ipotesi di contemporanea sussistenza dei requisiti di liquidità e di esigibilità sia del credito per capitale che di quello a titolo di interessi[103]; presupposto quest’ultimo che non è invece ravvisabile nei piani di ammortamento alla francese predisposti in regime di capitalizzazione composta che si presentano nella comune casistica giudiziaria, nei quali, come dianzi chiarito, gli interessi sono solitamente calcolati (quali quote delle varie rate) sull’intero capitale residuo, oggetto delle rate non ancora scadute (situazione in virtù della quale, giova precisare, la quota interessi di ciascuna rata deve essere pagata, e si configura quindi esigibile, ancor prima che giunga in scadenza il capitale di riferimento sul quale sono calcolati i medesimi interessi): “… la disposizione dell’art. 1194 c.c. secondo la quale il debitore non può imputare il pagamento al capitale piuttosto che agli interessi e alle spese senza il consenso del creditore, presuppone che tanto il credito per il capitale quanto quello accessorio per gli interessi e le spese, siano simultaneamente liquidi ed esigibili”[104]. Ne deriva, all’evidenza, che uno scenario quale quello da ultimo rappresentato non si configura alcuna simultaneità dell’esigibilità dell’obbligazione principale e di quella accessoria. In generale, non può quindi confondersi la disciplina dell’imputazione dei pagamenti a fronte della compresenza (più precisamente, della simultanea liquidità ed esigibilità) del debito principale per sorte capitale e di quello accessorio relativo agli interessi (art. 1194 c.c.) con il criterio legale di produzione e di calcolo degli interessi (art. 1283 c.c.). Le due disposizioni citate operano, infatti, su piani diversi e non risultano affatto in contrasto tra loro: l’art. 1283 c.c. si riferisce al criterio per il calcolo degli interessi e da esso si evince, per quanto sin qui chiarito, l’inammissibilità del regime di capitalizzazione composta nella costruzione del piano di rimborso graduale del finanziamento a rate costanti, trattandosi di soluzione in contrasto con il divieto di anatocismo posto dalla stessa citata norma imperativa; l’art. 1194 c.c., invece, si applica come criterio di imputazione del pagamento che presuppone necessariamente – in conformità alla giurisprudenza della Corte regolatrice dianzi richiamata – che il credito principale per capitale e quello accessorio per interessi siano “simultaneamente liquidi ed esigibili”, presupposto questo che, come chiarito, a ben vedere non si configura generalmente nei finanziamenti con ammortamento alla francese strutturati in capitalizzazione composta; ipotesi nella quale, in costanza di applicazione del piano di rimborso concordato, la scadenza del debito per interessi (ovvero di quello relativo alla quota interessi che compone la singola rata) precede quella del capitale residuo di riferimento, sul quale essi sono computati. Ne discende che, in definitiva, alla disciplina posta dall’art. 1194 c.c. può aversi riguardo, in riferimento ai finanziamenti appena indicati, soltanto nelle ipotesi di chiusura anticipata del rapporto contrattuale, ad esempio, nel caso in cui il mutuo venga estinto anticipatamente dal cliente o in quello nel quale la banca, a fronte dell’’inadempimento nella corresponsione delle rate di cui si sia reso responsabile quest’ultimo, eserciti il diritto potestativo di recesso anticipato dal contratto (avvalendosi della clausola risolutiva espressa solitamente nello stesso contenuta), iniziativa, quest’ultima, che vale a rendere esigibile immediatamente anche l’obbligazione inerente al capitale, proprio per effetto dell’esercizio di tale facoltà attribuita al mutuante e della conseguente decadenza del debitore dal beneficio del termine; evenienze, quelle appena menzionate, nelle quali i pagamenti effettuati andranno per l’appunto imputati prima agli interessi e poi al capitale (che ormai, per l’appunto in ragione dell’intervenuta decadenza dal beneficio del termine implicata dall’effetto risolutivo e della conseguente esigibilità della relativa obbligazione, non potrà più fruttare), secondo quanto prescritto dal succitato art. 1194 c.c..

Analogamente, alcun effettivo chiarimento deriva dal configurare apoditticamente, sic et simpliciter, il rapporto tra capitalizzazione composta ed anatocismo nei contratti di credito in termini di “eterogen”eità, individuando nella prima “solo un modo per calcolare la somma dovuta da una parte all’altra in esecuzione del contratto concluso tra loro, ovvero “una forma di quantificazione di una prestazione o una modalità di espressione del tasso di interesse applicabile ad un capitale dato”, secondo quanto testualmente affermato nella sentenza in commento. Invero, al di là dell’evidente rischio di elusione della richiamata disciplina imperativa implicato da un inquadramento di tal genere, siffatte definizioni non valgono certo a spiegare se nei finanziamenti a rimborso rateale l’adozione del regime composto comporti o meno la produzione di interessi su interessi secondo dinamica esponenziale e se tale meccanismo risulti o meno conforme all’ordinamento[105]. E’ del resto destituito di fondamento ritenere che l’anatocismo “convenzionale” presupponga necessariamente l’inadempimento, da parte del debitore, rispetto ad una pregressa obbligazione relativa ad interessi primari, avendo la Suprema Corte, come già chiarito, avuto modo di precisare che l’art. 1283 c.c. si applica anche agli “interessi che matureranno in futuro” rispetto al momento di stipulazione della convenzione anatocistica[106]. Non pare revocabile in dubbio, peraltro, che la conseguenza sanzionatoria-risarcitoria dell’inadempimento delle obbligazioni pecuniarie è rappresentata, ex lege, dall’obbligo di corrispondere gli interessi moratori (art. 1224 c.c.), non già quelli anatocistici (art. 1283 c.c.); considerazione che conferma la diversità funzionale delle due tipologie di interessi; ciò non fosse altro per il fatto che, come dianzi chiarito, questi ultimi (gli anatocistici) possono trovare concreta applicazione (in base alla disciplina pattizia) anche in presenza di uno scenario fisiologico di evoluzione del rapporto, ovvero a fronte del regolare e tempestivo pagamento delle rate di ammortamento (comprensive delle rispettive quote interessi) e quindi a prescindere dalla mora (e, giova ribadire, dall’inadempimento che ne costituisce il presupposto giustificativo).

Non pare poi condivisibile l’affermazione del Tribunale di Torino secondo la quale “nel settore del credito in generale, e del credito bancario in particolare” esisterebbe “un’evidenza legislativa per la legge di capitalizzazione composta come metodo per l’espressione del tasso d’interesse e in generale del costo dell’operazione creditizia, atteso che sia il tasso annuo effettivo globale (TAEG) previsto da numerose fonti comunitarie e nazionali, primarie e secondarie, ai fini di trasparenza contrattuale[107], sia il tasso effettivo globale (TEG) previsto dalla legge 108/96 ai fini della verifica di usurarietà utilizzano la formula del TIR, dove il tasso è espresso in capitalizzazione composta”. Risulta in proposito evidente l’inconferenza dei due “tassi” appena richiamati rispetto alla nozione di prezzo del finanziamento (che è espresso dal regime finanziario della capitalizzazione semplice, in base al quale, ai sensi del combinato disposto degli artt. 821 comma 3 e 1284 comma 1 c.c., dovrebbero essere prodotti gli interessi), essendo il T.A.E.G. ed il T.E.G. (nella omnicomprensività delle voci di costo negli stessi inclusi) tesi a perseguire finalità ben diverse, consistenti, quanto al primo, nel consentire al consumatore, attraverso una compiuta informazione circa i costi complessivi dell’operazione, la comparazione tra la soluzione finanziaria offertagli e le altre reperibili sul mercato creditizio (e ciò anche in funzione di stimolo alla concorrenza tra gli istituti bancari e gli intermediari abilitati), quanto al secondo, nel fungere da parametro di raffronto ai fini del vaglio antiusura; trattasi, pertanto, di ambiti di disciplina affatto diversi. E ben vero, poi, che il T.A.E.G. ed il T.E.G. sono determinati in base alla formula del T.I.R. (nella quale il tasso è espresso in capitalizzazione composta), ma va considerato, al riguardo, che i suddetti indicatori di costo sono non valgono a rivelare il costo (complessivo ed integrale) del finanziamento rilevante ai fini in esame – costo nell’ambito del quale non può che essere ricondotto, peraltro anche ai fini del vaglio antiusura, l’effetto economico-finanziario della pratica anatocistica (destinato a protrarsi ricorsivamente, per l’intera durata dell’obbligazione restitutoria, secondo una dinamica esponenziale) – a ben vedere, anche sotto tale diverso profilo il richiamo in questione non pare pertinente. Peraltro, sia il T.A.E.G. che il T.E.G. non sono in senso proprio tassi di interesse, poiché tengono conto anche della componente “non finanziaria” del costo del credito, essendo quindi, preferibile qualificare gli stessi in termini di “tassi di onerosità”[108]. Quanto sin qui esposto a prescindere da eventuali errori algebrici ed incongruenze di tipo finanziario che caratterizzerebbero le formule de quibus (quali risultanti dalle indicazioni provenienti dalla Banca d’Italia), secondo quanto sostenuto in un recente ed approfondito studio scientifico[109], che in questa sede (per le finalità e per il taglio della presente trattazione) non mette conto sottoporre a specifica disamina.

Il riferimento al divieto di patto commissorio (art. 2744 c.c.) al fine di predicarne la comunanza di ratio rispetto a quello inerente all’anatocismo risulta invero inconferente ed ultroneo (almeno per gli aspetti cui si è fatto cenno nella pronuncia), trattandosi di istituto riconducibile ad ambito di disciplina affatto diverso: attraverso il primo divieto, in effetti, il Legislatore ha inteso evitare l’assoggettamento del debitore al rischio di perdere la titolarità del bene dallo stesso concesso in garanzia atipica al creditore in diretta ed automatica conseguenza del mancato assolvimento dell’obbligo solutorio gravante sul medesimo obbligato; al di là del rilievo per cui la previsione contempla, quindi, la concessione di una garanzia reale in favore del creditore, che, come già precisato, risulta invece estranea alla disciplina posta dall’art. 1283 c.c. (in relazione all’anatocismo convenzionale), va osservato al riguardo che la finalità dell’art. 2744 c.c. consiste nell’impedire che il creditore ottenga “mediante l'illecita coercizione del debitore al momento della conclusione del negozio, la proprietà del bene dell'altra parte nel caso in cui questa non adempia la propria obbligazione”[110], presupponendo quindi l’inadempimento (che invece, per quanto dianzi chiarito, non rappresenta condizione necessaria della disciplina dettata in tema di anatocismo “convenzionale”); così come la stessa disposizione appena citata presuppone la consapevolezza in capo al debitore spinto dallo stato di bisogno, fin dal momento della costituzione del vincolo obbligatorio, del rischio di perdere la proprietà del bene dato in garanzia (peraltro senza che sia prevista alcuna facoltà, in caso di inadempimento, di recuperare l'eventuale eccedenza di valore dello stesso bene rispetto all'ammontare del credito), nel caso che l’obbligazione rimanga insoluta alla scadenza, consapevolezza che invece normalmente difetta in capo al mutuatario in relazione all’effetto anatocistico prodotto da un regime finanziario della cui applicazione non si fa in genere menzione alcuna nel testo dell’accordo (così come del criterio di calcolo degli interessi). In ogni caso, una volta esclusa, in relazione all’anatocismo “convenzionale”, la necessità dell’inadempimento del debitore quale condizione della contabilizzazione di interessi anatocistici, perde evidentemente di consistenza la considerazione, volta ad evidenziare in qualche modo l’affinità del fondamento giustificativo delle due previsioni normative, secondo cui la (comune) “ratio” delle stesse consisterebbe nel contrastare “il rischio di obbligazioni eccessivamente onerose ed “in odore” di usura” (affermazione che, peraltro, di per sé non si concilia certo con quella, cui pure si è fatto ricorso nel medesimo contesto argomentativo, per la quale la funzione dell’art. 1283 c.c non consisterebbe “nella creazione di un argine alla progressione esponenziale del debito per interessi”): in particolare, quanto al divieto di patto commissorio, “nel pericolo di sproporzione tra il valore del bene al momento in cui si verifichi l’inadempimento e l’ammontare del debito non adempiuto”. Giova ribadire, in proposito, che la disciplina posta dal citato art. 1283 c.c., almeno in rapporto all’anatocismo “convenzionale”, non può in realtà ritenersi riferita esclusivamente ad uno scenario di evoluzione patologica del rapporto obbligatorio. A ben vedere, in ragione della comune natura imperativa[111] (e quindi dell’inderogabilità) di entrambe le disposizioni, un elemento di sicura affinità della disciplina in tema di divieto di patto commissorio e di divieto di anatocismo pare piuttosto ravvisabile nella nullità (per illiceità della causa, ex artt. 1418 comma 2, 1343 c.c. e, se del caso, 1344 c.c.) di qualsivoglia operazione pattizia diretta ad eludere l’uno come l’altro divieto attraverso l’impiego di schemi negoziali (eventualmente anche tra loro collegati) per l’appunto tesi al raggiungimento del risultato vietato dal Legislatore: così come “il divieto … sancito dall'art. 2744 c.c. si estende a qualsiasi negozio che venga utilizzato per conseguire il risultato concreto vietato dall'ordinamento”[112]; deve quindi ritenersi riconducibile all’ambito applicativo dell’art. 1283 c.c. ogni accordo che determini, surrettiziamente ed in modo indiretto, il risultato economico-finanziario vietato da quest’ultima norma, anche in difetto di specifica clausola pattizia che stabilisca espressamente la produzione di “interessi su interessi” in contrasto con i limiti e le condizioni contemplati dalla medesima disposizione. E’ per l’appunto in virtù di tale principio, del resto, che la Corte di Cassazione, a far tempo dal 1999, ha avuto modo di ravvisare la violazione del divieto di anatocismo in riferimento alla capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi nei rapporti di conto corrente bancario[113], violazione determinata dalla clausola contemplante la chiusura periodica degli stessi conti, in funzione di mero artificio contabile finalizzato, per l’appunto, a consentire (attraverso la capitalizzazione periodica di quelli generati in ciascun trimestre) il computo di interessi ulteriori sul saldo del periodo precedente, comprensivo di capitale e di interessi passivi sullo stesso maturati[114]. Anche al divieto di anatocismo, pertanto, può essere esteso, per identità di ratio, lo stesso fondamentale principio che osta al ricorso a pratiche negoziali elusive che le Sezioni Unite hanno avuto modo di affermare con riguardo al disposto (anch’esso imperativo) di cui all’art. 2744 c.c.: “E’ il risultato che giustifica il divieto di legge, non i mezzi impiegati, con la conseguenza che la nullità non deriva dalla natura di questi, ma costituisce l’effetto imposto dalla legge, dell’impiego fattone, al fine di realizzare il risultato vietato. ….. occorre riconoscere che qualsiasi negozio può incorrere nella sanzione di nullità, quale che ne sia il contenuto, nell’ipotesi in cui venga impiegato per conseguire i risultati sopra detti, vietati dall’ordinamento giuridico”[115].

Considerato quanto sin qui chiarito, emerge pertanto l’infondatezza del rilievo, contenuto nella sentenza del Tribunale di Torino, secondo cui ricondurre alla disciplina di cui all’art. 1283 c.c. “ogni altra convenzione (anteriore alla scadenza) che realizzi un risultato economicamente equivalente” a quello vietato da detta disposizione (piuttosto che soltanto le clausole che prevedono in modo esplicito e diretto la produzione di interessi su interessi) comporterebbe attribuire alla norma una portata precettiva esorbitante rispetto a quella propria della “fattispecie regolata” dalla stessa: trattandosi di norma imperativa, infatti, non può che aversi riguardo alla causa concreta dell’assetto negoziale che essa è volta a regolare; ciò che vale a ricondurre all’ambito di applicazione della medesima disposizione anche ogni combinazione pattizia elusiva (specie se non compiutamente esplicitata, stante l’omessa menzione del regime finanziario applicato) idonea a conseguire, anche in modo surrettizio ed indiretto, il risultato economico-giuridico vietato dalla previsione in esame[116]. Sotto tale aspetto, il fatto che, secondo quanto sin qui chiarito, gli interessi compresi nelle rate di rimborso precedenti siano capitalizzati non anche al fine di determinare il capitale residuo da restituire (che viene comunque quantificato attraverso la sottrazione dall’importo finanziato delle singole quote capitale che compongono le rate via via corrisposte), ma soltanto allo scopo di definire il “debito residuo” – nell’ampia accezione dianzi evidenziata, ovvero inteso come comprensivo di parte delle quote interessi delle rate in precedenza scadute (tale quindi da integrare un aggregato di capitale ed interessi) ed utilizzato per individuare la quota interessi della rata successiva (ottenuta attraverso la differenza tra lo stesso aggregato e la quota capitale della rata presa in considerazione) - non vale ad escludere la riconducibilità di siffatta operazione (fondata su clausola contrattuale comunque formata anteriormente alla scadenza delle varie rate e quindi anche prima della scadenza, ed anche della mera maturazione, degli interessi che le compongono) alla disciplina di cui all’art. 1283 c.c. inerente all’anatocismo convenzionale; previsione imperativa che, nel vietare specificamente la produzione (esponenziale) di interessi su interessi (innegabilmente implicata da un meccanismo contabile di tale genere), pone un divieto di capitalizzazione limitato per l’appunto a tale ambito, senza che sia necessario che la capitalizzazione operi in modo da consentire anche sotto ogni altro profilo (ad esempio, ai fini della disciplina della prescrizione e dell’imputazione dei pagamenti) di riservare all’obbligazione accessoria relativa agli interessi (ex art. 1815 c.c.) lo stesso trattamento contabile e giuridico proprio dell’obbligazione principale restitutoria (ex art. 1813 c.c.). A tale proposito, pare opportuno segnalare la indubbia distinzione tra la nozione di capitalizzazione recepita dalla scienza matematica (cui essa pertiene propriamente) e quella mutuata dal diritto positivo (attraverso la disciplina di cui all’art. 1283 c.c.), distinzione posta efficacemente in luce dalla più avveduta dottrina in materia: “Sul piano matematico-finanziario il pagamento degli interessi, anticipato rispetto alla scadenza del capitale, colloca l’operazione sotto l’egida del regime composto. Capitalizzazione e pagamento alle distinte scadenze degli interessi, anticipato rispetto al rimborso del capitale, risultano matematicamente associati nel medesimo regime composto. Diversamente, sul piano giuridico l’anatocismo attiene esclusivamente al fenomeno della capitalizzazione degli interessi: il presidio posto dalla norma concerne esclusivamente gli aspetti di produzione di interessi su interessi in capo al mutuatario, per gli effetti di crescita esponenziale che più facilmente conducono a situazioni di patologia ed insolvenza”[117]. Con specifico riguardo alla tematica in trattazione, la combinazione negoziale che consente di pervenire al medesimo risultato vietato dall’art. 1283 c.c. si risolve nell’effetto (sinergicamente) determinato dalla clausola relativa all’ammontare costante delle rate, dall’anticipazione della scadenza degli interessi corrispettivi calcolati sull’intero debito capitale residuo, nonché, per l’appunto, dall’impiego del regime di capitalizzazione composta ai fini della quantificazione delle suddette rate (e quindi anche del monte interessi attraverso il quale viene remunerato il mutuante).

Se, quindi, in matematica finanziaria la capitalizzazione è la trasformazione dell’obbligazione accessoria (relativa agli interessi primari) in obbligazione principale (avente ad oggetto il capitale)[118], mentre l’anatocismo rilevante sotto il profilo giuridico (vietato salvo che ricorrano le condizioni previste dall’art. 1283 c.c.) è la gemmazione di interessi ulteriori da precedente obbligazione accessoria scaduta[119], è dato allora comprendere la ragione per la quale con lo stesso art. 1283 c.c. il Legislatore del 1942 c.c. non ha vietato in modo espresso e diretto la capitalizzazione (composta) degli interessi in sé, bensì soltanto (e specificamente) la produzione di interessi su interessi, sebbene l’una come l’altra possano determinare, sotto il profilo funzionale, lo stesso effetto economico ultimo: dire che il capitale maggiorato degli interessi produce a sua volta interessi, calcolati sull’importo globale (comprensivo dell’uno e degli altri), equivale a dire che gli interessi producono ulteriori interessi. La ragione per la quale l’art. 1283 c.c. fa espresso riferimento soltanto alla produzione di interessi su interessi sta nel fatto che il Legislatore del 1942 presupponeva che l’obbligazione accessoria dovesse rimanere tale, a fronte del fondamentale principio per il quale esclusivamente la sorte capitale può produrre interessi (ex art. 820 comma 3 c.c., che fa espresso riferimento, per l’appunto, unicamente a crediti per capitale e quindi alla produzione di interessi “primari”), salva la sussistenza, per l’appunto, delle condizioni stabilite dal medesimo art. 1283 c.c. affinchè anche gli interessi (primari) possano essere fruttiferi. Non a caso, nell’intera disciplina delle obbligazioni pecuniarie contenuta nel Codice Civile non vi è alcuna disposizione che contenga il termine “capitalizzazione” con riferimento agli interessi: ’impiego di tale nozione, rinvenibile soltanto negli artt. 590 comma 2, 971 comma 3 e 1866 comma 1 c.c., si riferisce infatti esclusivamente a somme capitali e, peraltro, nella tradizionale accezione tecnico-matematica di ragguaglio di un importo disponibile all’attualità al corrispondente valore futuro[120], piuttosto che in quella, “atecnica”, di trasformazione del debito per interessi in debito per sorte capitale (operazione dalla quale deriva l’effetto anatocistico).

La richiamata teorica della distinzione ontologica, giuridica e contabile tra l’obbligazione (principale) inerente al capitale e quella (accessoria) relativa agli interessi, costantemente recepita nella giurisprudenza della Corte di Cassazione, trova riscontro nel principio ordinamentale di autonomia tra le due obbligazioni (con conseguente scindibilità della somma di denaro riconducibile i parte all’uno ed in parte all’altra tipologia di debito); principio che, nel limitare alla fase genetica il rilievo del carattere dell’accessorietà del debito per interessi[121], si riflette anche sul piano della diversità di disciplina ad esse riservate: la prescrizione (decennale) del credito principale non corrisponde a quella (quinquennale) del credito accessorio (art. 2948 n. 4); con riguardo all’imputazione dei pagamenti si distingue (con apposita ripartizione) tra estinzione dell’obbligazione per sorte capitale e quella per interessi (art. 1194 c.c.); così come è possibile che esse siano oggetto di atti dispositivi distinti o di domande fatte valere in giudizi diversi; ed ancora siffatta diversità di trattamento giuridico attiene anche alla quietanza (1199 comma 2 c.c.), alla cessione del credito (art. 1163 comma 3 c.c.) e, sia pure parzialmente e/o a determinate condizioni, al privilegio (art. 2749 c.c.), all’ipoteca (art. 2855) ed al pegno (art. 2788)[122]. Siffatto sistematico trattamento giuridico differenziato si fonda, per l’appunto, sull’assetto normativo appena ricostruito, nel quale trova per l’appunto giustificazione la soluzione “semantica” adottata dal Legislatore del 1942 nel definire il precetto posto dall’art. 1283 c.c.. In definitiva, la capitalizzazione (ovvero la trasformazione dell’obbligazione relativa agli interessi in quella per sorte capitale) assume rilievo, sotto il profilo giuridico, esclusivamente ai fini dell’effetto afferente alla modalità di produzione degli interessi (non già anche con riguardo ad altri profili di disciplina, regolati distintamente in virtù di disposizioni specifiche e di principi ordinamentali, quali quelli concernenti la prescrizione, l’imputazione dei pagamenti, l’esercizio separato dell’attività dispositiva e l’azionabilità separata delle pretese creditorie inerenti all’una ed all’altra obbligazione, per quanto dianzi chiarito); ed è per l’appunto per tale ragione che l’art. 1283 c.c. fa precipuo ed esclusivo riferimento alla produzione di interessi su interessi, piuttosto che alla nozione di capitalizzazione propria della matematica finanziaria (la cui ricezione in chiave giuridica avrebbe comportato, per coerenza logico-sistematica, la totale parificazione del trattamento dell’obbligazione principale e di quella accessoria anche in relazione a qualsivoglia altro aspetto rilevante per il diritto, che resta invece regolato, per espresso disposto di legge, mantenendo l’autonomia del debito per interessi rispetto a quello per sorte capitale); ciò che vale a dimostrare che l’assimilazione dell’obbligazione accessoria a quella principale implicata dalla nozione matematica di capitalizzazione rileva, ai fini giuridici, con precipuo ed esclusivo riguardo all’effetto della produzione di interessi ulteriori sugli interessi primari, ovvero, in altri termini, che il profilo della capitalizzazione composta individuato come rilevante ai fini giuridici è rappresentato da un possibile effetto di tale regime finanziario (per l’appunto quello, anatocistico, consistente nella produzione di interessi ulteriori su quelli primari computati sul capitale). In tale prospettiva ricostruttiva, la sinonimia tra capitalizzazione composta ed anatocismo (termini associati in una sorta di endiadi) è stata sovente recepita in dottrina[123] e risulta del resto sottesa all’analisi della stessa giurisprudenza di legittimità, nel suo più alto consesso, in particolare con riferimento alla tradizionale pratica della capitalizzazione trimestrale degli interessi debitori maturati nei conti correnti bancari[124]; dovendosi nondimeno precisare che, a ben vedere, l’anatocismo rappresenta un possibile effetto dell’impiego della capitalizzazione composta ai fini del calcolo degli interessi e, per converso, quest’ultimo regime finanziario si configura come una variante non necessaria, una possibile forma di manifestazione dell’anatocismo, che, in alternativa, può essere integrato anche da una clausola negoziale che preveda, in modo espresso e diretto, che gli interessi primari producano a loro volta interessi (fattispecie che, al di là della peculiare disciplina riservata agli interessi moratori, si presenta invero raramente nella casistica giudiziaria, in ragione del palese contrasto con l’art. 1283 c.c.), ovvero dalla trasformazione dell’obbligazione relativa ad interessi primari in obbligazione per sorte capitale, per effetto di novazione oggettiva, o ancora in una modifica oggettiva dell’oggetto del contratto, di carattere non novativo, vale a dire senza che essa comporti l’estinzione della preesistente obbligazione accessoria ed il sorgere, in luogo della stessa, di quella principale, bensì in virtù del mero ricorso al trattamento giuridico proprio di quest’ultima anche in relazione alla prima ai fini della produzione di ulteriori interessi[125]; operazioni tutte ugualmente idonee a comportare il risultato (id est, l’effetto) vietato dall’art. 1283 c.c., vale a dire a determinare la produzione di un monte interessi corrispondente a quello che deriva dalla dinamica contabile contemplata da quest’ultima disposizione.

Soltanto recentemente la distinzione tra capitalizzazione e anatocismo è stata, almeno apparentemente, adombrata (e in qualche modo data per presupposta) nella tecnica normativa: l’art. 120, comma 2, del T.U.B., come modificato dal D.Lgs. n. 342/1999, parlava ancora di “produzione degli interessi sugli interessi” (in aderenza al disposto di cui all’art. 1283 c.c.): la riforma di cui all’art. 1 comma 629 della L. n. 147/2013 (cd. Legge di Stabilità 2014, entrata in vigore il 01.01.2014), invece, sottendendo la suddetta distinzione e nel prevedere il divieto di produzione di “interessi ulteriori” sugli “interessi periodicamente capitalizzati”, aveva contrapposto capitalizzazione periodica degli interessi (apparentemente consentita soltanto in occasione della scadenza successiva alla loro maturazione, nel senso che in tale momento questi ultimi si confonderebbero nel capitale, assumendone la natura) e produzione degli interessi ulteriori (vietata), ipotizzando in tal modo (secondo un indirizzo esegetico) una sorta di capitale infruttifero[126] (in quanto la quota parte di interessi convertita in capitale non avrebbe potuto produrre a sua volta interessi) e risolvendo la relazione tra i due concetti, in definitiva, in un palese ossimoro. Trattasi di incongruenza verosimilmente riconducibile ad un equivoco “lessicale”, in quanto derivata dell’erroneo ricorso alla nozione di “capitalizzazione”, alla quale, nel contesto della norma, andrebbe piuttosto attribuito (secondo l’effettiva intentio legis) il significato di “contabilizzazione”[127] (vale a dire di conteggio, di annotazione in conto), come posto in luce dalla dottrina che ha esaminato criticamente la modifica normativa in questione[128]; conclusione, quest’ultima, che trova conforto oltre che nell’ eloquente incipit dello stesso comma 2 riformato (che in virtù del quale il C.I.C.R. era incaricato di stabilire modalità e criteri non più per la “produzione di interessi su interessi”, bensì per la “produzione di interessi”), anche nel lavori preparatori relativi all’approvazione del succitato art. 1, comma 629, essendosi in quel contesto esplicitamente precisato che “la nuova formulazione mira ad introdurre il divieto di anatocismo nell’ordinamento bancario”[129]. Con la successiva novella di cui al D.L. 14.02.2016 n. 18 (convertito in L. 08.04.2016 n. 49) è stata invece abbandonata la suddetta distinzione tra i concetti di capitalizzazione e di anatocismo, espressamente qualificata, in sede di Relazione di accompagnamento al testo normativo, come “impropria”; con tale ultima riforma (che ha trovato attuazione con la Delibera C.I.C.R. del 03.08.2016) si è, in prima battuta, ribadita la disciplina codicistica (art. 1283 c.c.) secondo cui l'applicazione degli interessi avviene sulla sola sorte capitale, ma si sono introdotti significativi temperamenti a tale principio (tali da ridurne notevolmente l’ambito operativo concreto[130]), essendosi fatti salvi – peraltro, in base ad un diffuso indirizzo interpretativo, senza più necessità di consenso contrattuale da parte del cliente (anche con espresso riferimento ai finanziamenti) - gli interessi di mora su quelli corrispettivi insoluti alla scadenza (art. 120, comma 2, lett. b), essendo stato quindi, almeno in tale ambito, sostanzialmente legittimato l’anatocismo, approdo che è stato sostanzialmente replicato anche laddove è stata contemplata (con le previsioni di cui ai nn. 1 e 2 dello stesso art. 120 comma 2) la possibilità che il correntista possa autorizzare, anche preventivamente, l'addebito degli interessi sul conto bancario al momento in cui essi divengono esigibili (ossia al 1 marzo successivo al decorso dell'anno nel quale maturano), in tal modo cumulandosi al capitale al momento dell'addebito[131].

Richiamate le considerazioni sin qui svolte, infine, non merita condivisione la conclusione, cui è pervenuto il Giudice torinese, secondo cui “nel mutuo con ammortamento francese, o a rata costante, mancano entrambe le caratteristiche determinanti del divieto di anatocismo – rischio di crescita indefinita e incalcolabile ex ante del debito d’interessi dal lato del debitore; esigibilità immediata del pagamento degli interessi primari dal lato del creditore”. Al riguardo, va osservato che, sotto il primo profilo, il rilievo secondo cui “gli interessi corrispettivi sono conosciuti o conoscibili ex ante sulla base degli elementi contenuti nel contratto e non sono esposti a una crescita indefinita, poiché la loro produzione cessa alla scadenza del periodo di ammortamento” si configura come una mera petizione di principio, ove si tenga conto, per un verso, della mancata menzione del regime finanziario adottato (oltre che, generalmente, del criterio di calcolo degli interessi), regime la cui esplicitazione non può essere integrata né supplita dal prospetto numerico contenuto nel piano di ammortamento, che rappresenta la mera “fotografia” del risultato contabile finale conseguente all’applicazione del medesimo regime; omissione rilevante non soltanto in termini di contrasto con la disciplina in materia di trasparenza bancaria e con il principio di correttezza e buona fede contrattuale[132], ma anche – ai fini della stessa validità negoziale - in rapporto alla necessaria determinatezza del tasso di interesse applicato[133] ed in riferimento al mancato rispetto del regime formale previsto ad substantiam, ex artt. 1418 comma 2, 1346 , 1284 c.c e art. 117 commi 1 e 4 T.U.B.[134]. A tale ultimo proposito, non a caso, la Corte regolatrice ha rimarcato che “in tema di contratti di mutuo, affinché una convenzione relativa agli interessi sia validamente stipulata ai sensi dell'art. 1284, comma 3, c.c., che è norma imperativa, deve avere forma scritta ed un contenuto assolutamente univoco in ordine alla puntuale specificazione del tasso di interesse”; di modo che, pur potendosi ritenere tale condizione “soddisfatta anche per relationem, attraverso il richiamo a criteri prestabiliti ed elementi estrinseci, purché obbiettivamente individuabili, funzionali alla concreta determinazione del saggio di interesse”, “ciò che importa, onde ritenere sussistente il requisito della determinabilità dell'oggetto del contratto di cui all'art. 1346 c.c. (rispetto al quale l'art. 1284 c.c., contiene l'ulteriore previsione dell'onere di forma per la convenzione di interessi superiori alla misura legale), è che il tasso d'interesse sia desumibile dal contratto, senza alcun margine di incertezza o di discrezionalità in capo all'istituto mutuante, anche quando individuato per relationem”, in particolare, “in quest’ultimo caso, mediante rinvio a dati che siano conoscibili a priori (cfr. già Cass. n. 2765/92 e n. 7547/92 …, nonchè Cass. n. 22898/05, n. 2317/07, n. 17679/09, tra le più recenti) e siano dettati per eseguire un calcolo matematico il cui criterio risulti con esattezza dallo stesso contratto”[135]. In definitiva, ai fini del rispetto dell’art. 1284 comma 3 c.c., “i dati ed il criterio di calcolo devono … essere facilmente individuabili in base a quanto previsto dalla clausola contrattuale” (e quindi comunque estrinsecati in modo espresso e in forma scritta) – ciò che non risulta possibile a fronte dell’omessa indicazione del regime finanziario – “mentre non rilevano la difficoltà del calcolo che va fatto per pervenire al risultato finale”[136]. Quanto appena esposto in linea con la più avveduta dottrina in materia: “Nei contratti formali occorre … che l’elemento esterno sia preesistente, redatto per iscritto e già conoscibile con assoluta certezza nel suo contenuto al momento della formazione e conclusione del contratto formale. È solo così che l’elemento de relato può costituire una vera ed effettiva integrazione del testo contrattuale e porsi in questo modo sullo stesso piano di questo”[137]. Non si vede, del resto, per quale ragione dovrebbe riservarsi all’anatocismo convenzionale un regime formale meno rigoroso rispetto a quello giudiziale, quale preteso nella giurisprudenza della Corte di legittimità nella formulazione della relativa azione[138].

Per altro verso, sempre con riferimento alla presunta conoscibilità ex ante del monte interessi in capo al finanziato, non può non riconoscersi che la consapevolezza del termine di scadenza dell’ultima rata di ammortamento, se può valere a definire l’orizzonte temporale dell’esposizione debitoria frazionata, non può certo escludere, di per sé sola, la crescita esponenziale degli interessi (in contrasto con il principio di proporzionalità prefigurato dal Legislatore ex artt. 821 comma 3 e 1284 comma 1 c.c.), profilo, quest’ultimo, che attiene evidentemente alla sfera dell’invalidità dell’atto negoziale per contrarietà a disciplina di legge imperativa (ex art. 1418 comma 1 c.c.), ancor prima che a quelle della determinatezza dell’oggetto (ex artt. 1418 comma 2 e 1346 c.c.), del rispetto della forma scritta ad substantiam ai fini della pattuizione del tasso ultralegale effettivo (ex artt. 1284 comma 3 c.c. e 117 comma 4 T.U.B.) e dell’integrità ed effettività del consenso contrattuale (ex artt. 1428, 1429 e 1431 c.c.) in relazione al ricorso al regime finanziario composto ai fini dell’elaborazione del piano. La suddetta crescita esponenziale connota, come sin qui chiarito, il regime della capitalizzazione composta adottato ai fini del rimborso rateale del finanziamento (anche in virtù di vincoli attraverso i quali il piano è costruito, quali la costanza della rata e l’anticipazione della scadenza degli interessi rispetto a quella del capitale di riferimento), secondo una spirale ascendente accelerata che (lungi dall’essere “conosciuta o conoscibile” nella fase genetica del vincolo obbligatorio) resta in realtà celata al mutuatario (in difetto di menzione di sorta del regime finanziario utilizzato).

Sotto il secondo profilo, va ribadita la contraddittorietà intrinseca tra l’affermazione della necessaria “esigibilità immediata di interessi primari” maturati già prima della pattuizione anatocistica (pertanto in quanto tali già “scaduti” ed insoluti in tale momento), quale presunta (ed, in ipotesi, inespressa) condizione della (intera) disciplina posta dall’art. 1283 c.c. (“Nell’art. 1283 c.c., la produzione di nuovi interessi (c.d. secondari, anatocistici) trova la propria fonte nell’inadempimento all’obbligo di pagare gli interessi c.d. primari alla scadenza prevista (“interessi scaduti”) ….. La produzione di interessi su interessi è quindi causa bensì necessaria ma non sufficiente del divieto di anatocismo, poiché determinanti nella considerazione legislativa del divieto sono: dal lato del creditore, l’esigibilità immediata dell’interesse primario …”) e quella, contenuta nella medesima pronuncia, secondo cui lo stesso divieto di anatocismo “cessa di applicarsi … quando l’interesse primario è venuto a scadenza” (asserzione, quest’ultima, di per sé inconfutabile a fronte del tenore testuale del citato art. 1283 c.c., che fa per l’appunto salva legittimità della convenzione anatocistica posteriore alla scadenza degli interessi primari); l’evidenziata incongruenza, come dianzi chiarito, rappresenta un riflesso dell’infondata petizione di principio secondo la quale l’inadempimento di una preesistente obbligazione accessoria costituirebbe un presupposto indefettibile della disciplina (codicistica) dell’anatocismo “convenzionale”.





Conclusioni



In definitiva, le incongruenze ed i profili di criticità della sentenza n. 605/2019 del Tribunale di Torino sin qui evidenziati sembrano (inevitabilmente) condizionati dal tentativo, che traspare dal complessivo impianto motivazionale, di escludere profili di interferenza di sorta tra l’impiego del regime finanziario della capitalizzazione composta ai fini dell’elaborazione dei piani di ammortamento a rimborso frazionato a rata costante (cd. “alla francese”) ed il fenomeno dell’anatocismo “convenzionale”, quale regolato dalla disciplina codicistica (intento del resto chiaramente rivelato dall’espressa negazione che “la ragione del divieto di anatocismo consist(a) nella creazione di un argine alla progressione esponenziale del debito per interessi”, affermazione di per sè singolare); presupposto argomentativo, quello appena predicato, da cui deriva la postulata esclusione che “tale progressione esponenziale dipend(a) dalla legge di capitalizzazione composta”. Siffatta opzione ricostruttiva risulta del resto recepita anche in numerose altre decisioni di merito; a titolo esemplificativo nella recente sentenza del Tribunale di Milano del 26.03.2019 n. 2332[139], nella quale, analogamente, pur essendosi riconosciuto l’impiego del regime composto nella determinazione della rata, ciò è stato ritenuto irrilevante agli effetti in discussione, essendosi comunque esclusa la violazione dell’art. 1283 c.c. nel ricorso a tale metodologia di computo degli interessi[140]. Richiamate le argomentazioni sin qui svolte, desta invero stupore, come correttamente posto in luce da avveduta dottrina[141], che, in tale iter argomentativo, siano state ritenute del tutto irrilevanti le seguenti fondamentali circostanze (innegabili nella loro oggettività ed imprescindibili in un’analisi scientificamente orientata ed in qualsivoglia rigoroso studio del fenomeno sotto il profilo giuridico, così come sotto quello matematico): 1) che, applicando il regime semplice in base al T.A.N. indicato in contratto, l’ammontare della rata costante risulterebbe inferiore e l’estinzione dell’obbligo di rimborso più rapida rispetto a quanto si verifica ricorrendo al regime composto; 2) che non sia generalmente pattuita, alla luce della comune casistica, alcuna espressa clausola contrattuale (e che non sia di conseguenza raccolto alcun consenso del mutuatario) in ordine all’adozione di tale ultimo regime finanziario (peraltro diverso da quello previsto in forza del combinato disposto di cui agli artt. 821 comma 3 3 1284 comma 1 c.c.) ai fini della quantificazione della rata, così come con riferimento al criterio di calcolo degli interessi, interessi che - diversamente da quanto previsto dall’art. 1194 c.c. (disposizione la cui applicazione, come dianzi chiarito, presuppone la simultanea liquidità ed esigibilità dell’obbligazione per sorte capitale e di quella per interessi, che invece non ricorre nei rapporti in esame) – vengono solitamente computati sul capitale non ancora scaduto (non già su quello in scadenza oggetto della singola rata); 3) che gli interessi distribuiti in ciascuna rata rivelano un nesso di dipendenza proporzionale e diretta rispetto a quelli compresi nelle rate pregresse, già contabilizzati (per quanto, in ipotesi, puntualmente pagati alle rispettive scadenze); 4) che il vincolo della rata costante, combinato con il regime composto e con l’anticipazione dell’esigibilità dell’obbligazione accessoria (relativa alle varie quote interessi delle rate) rispetto alla scadenza dell’obbligazione principale (per sorte capitale), comporta una sorta di roll over dei rimborsi (in contrasto con il consolidato principio dell’unitarietà dell’obbligazione restitutoria, per quanto frazionata in fase esecutiva), operazione attraverso la quale viene realizzata una sostanziale elusione del disposto imperativo di cui all’art. 1283 c.c.; 5) che, nello sviluppo dei piani di rimborso stilati in regime composto comunemente in uso, il tasso di interesse non è affatto “applicato alla sola quota capitale” (ciò che, in base alla stessa pronuncia, varrebbe di per sè ad escludere l’anatocismo), bensì all’intero debito capitale residuo (riveniente dal pagamento di ciascuna rata), maggiorato di parte delle quote interessi di pertinenza delle rate precedenti (vale a dire, per l’appunto, della componente anatocistica degli stessi); 6) che, peraltro, l’omessa menzione del regime finanziario utilizzato, lungi dal configurarsi giuridicamente irrilevante, ha indubbia incidenza sul calcolo della rata, di modo che tale lacuna dell’assetto negoziale non può che implicare nullità della clausola inerente al tasso per indeterminatezza dell’oggetto del contratto, oltre che violazione del relativo regime formale previsto ex lege (ex artt. 1418 comma 2, 1419 comma 2, 1346, 1284 comma 3 c.c. e artt. 117, commi 1 e 4 T.U.B.)[142], atteso che dal ricorso all’uno o all’altro regime derivano monti interessi diversi e, pertanto (a parità di capitale mutuato e di capitale rimborsato e fermi restando il medesimo T.A.N. e l’identità del numero e della periodicità delle rate), un diverso ammontare della rata costante[143].

In definitiva, avendo ormai gli studi matematici che hanno affrontato la tematica disvelato l’effettivo meccanismo di funzionamento dei finanziamenti con piano di ammortamento “alla francese” in regime composto, comunemente adottato nel mercato del credito, può dirsi che - nell’evoluzione dello studio giurimetrico del ridetto piano e parafrasando un celebre saggio di un Maestro del diritto[144] - il nuovo indirizzo giurisprudenziale venutosi di recente a delineare (al quale si iscrivono a pieno titolo sia la succitata pronuncia del Tribunale di Milano che quella del Tribunale di Torino in commento) segna, in rapporto alle “mobili frontiere” dell’anatocismo bancario, il passaggio dalla stagione dell’interesse composto “camuffato” da interesse semplice alla stagione del (finalmente riconosciuto) regime composto (asseritamente) privo di effetti anatocistici; scenario, quello appena ipotizzato, che, in realtà, per le ragioni sin qui illustrate non trova invece concreto riscontro nella conformazione e nell’analisi dei piani di ammortamento cui è dato ai nostri giorni accedere nell’ambito negoziale di riferimento.

Nella parte conclusiva della sentenza del Tribunale di Torino n. 605 del 30 maggio 2019, infine, si è sostenuto che il contrario “orientamento” – ovvero quello che presta attenzione ai profili di indagine ed ai criteri analitici dianzi enunciati, sottoposto a critica nella medesima pronuncia - “muove(rebbe) … da una non condivisa ricostruzione della fattispecie e della ratio legis del divieto”.

Pare invero a chi scrive che sia piuttosto siffatto rilievo critico contenuto nella sentenza in commento che non possa essere condiviso, sia sotto il profilo giuridico che in virtù di fondamentali (ed inconfutabili) principi della scienza matematica finanziaria.





Bibliografia

- V. Aghilar, “Ammortamento francese e anatocismo”, in www.verifichefinanziamenti.it,il 13.09.2018

- G. Alpa, Note minime sulla trasparenza dei contratti bancari e finanziari, in La Nuova Legge Bancaria - Commentario a cura di P.F. Luzzi e G. Castaldi, Tomo III, 1996, pag. 1782 ss.

- F. Angeloni, “La ripetizione degli interessi anatocistici corrisposti sulla base di apposite clausole contrattuali anteriormente al mutamento dell’indirizzo della S.C. che ne sanciva la legittimità”, in Contratto e impresa, 2000

- A. Annibali, A. Annibali, C. Barracchini, “Commento tecnico-matematico alla sentenza del Tribunale di Torino n. 605 del 30 maggio 2019”, pag. 5, in Le controversie bancarie. Attualità di Giurisprudenza, Dottrina e Casi pratici, Anno III, n. 23

- A. Annibali, A. Annibali, C. Barracchini, “Rivisitazione del modello di calcolo dell’ammortamento alla francese di un mutuo in capitalizzazione semplice”, in Le controversie bancarie. Attualità di Giurisprudenza, Dottrina e Casi pratici, n. 10/2018

- A. Annibali, A. Annibali, C. Barracchini, “Anatocismo e ammortamento di mutui alla francese in capitalizzazione semplice”, 2016

- A. Annibali, A. Annibali, C. Barracchini, “Anatocismo e ammortamento di mutui alla francese – Manuale per le professioni di Magistrato, Commercialista e Avvocato”, 2016

- A. Annibali, “Le strane formule della Banca d’Italia in tema di usura”, in Atti del Convegno “L’Usura Bancaria” organizzato da Assoctu in Milano, il 08.11.2017

- A. Antonucci, “Anatocismo bancario: considerazioni attorno alla proposta di delibera C.I.C.R.”, in www.assoctu.it

- G. Aretusi, “Mutui e anatocismo – Aspetti matematici e tecnici”, 2019

- T. Ascarelli, “Delle obbligazioni pecuniarie, artt. 1277-1284 c.c.”, in Commentario al Codice Civile, a cura di A. Scialoja e C. Branca, 1971

- G. Astone, “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi: l’articolata vicenda dell’anatocismo bancario”, 16.10.2015, intervento nell’omonimo Convegno organizzato in Roma da Assoctu, in www.assoctu.it

- E. Astuni, “Osservazioni sulla proposta di banca d’Italia di delibera C.I.C.R. ex art. 120 TUB”, 16.10.2015, intervento al Convegno organizzato da Assoctu in Roma, in www.assoctu.it

- M. Bascelli, “La nuova disciplina dell’anatocismo bancario. Le possibili letture di una normativa tricefala”, in Rivista di diritto bancario, ottobre 2015 e in www.dirittobancario.it

- V. Barba, “La disciplina legale dell’anatocismo nel sistema codicistico”, in G. Capaldo (a cura di), “L’anatocismo nei contratti e nelle operazioni bancarie”, 2010

- V. Barba, “Interessi dovuti per effetto dell’inderogabile divieto di anatocismo”, in Obbligazioni e Contr., 2009

- S. Bastianon, “Tassi bancari ultralegali e anatocismo. Il punto di vista della giurisprudenza di merito e della Cassazione”, nota di commento alla sentenza della Corte di Cassazione n. 2593/2003, in Corr. Giur. 2003, fasc. 7

- C. M. Bianca, “Diritto Civile, 4 - L’obbligazione”, 2001

- C. M. Bianca, “Diritto Civile 3 – Il contratto”, 2001

- G. Bizzarri, “Anatocismo e tutela collettiva: conferme e nuove frontiere nei rapporti tra clienti e istituti di credito”, in ww.giustiziacivile.com, 02.02.2017

- C. E. Bonferroni, “Fondamenti di Matematica Attuariale” - Appunti Anno Accademico 1936-1937

- P. Bortot ed altri, “Matematica Finanziaria”, 1998

- U. Breccia, “Le obbligazioni”, 1991

- G. Cabras, “Conto corrente bancario ed anatocismo tra diritto e pregiudizio”, in Dir. banc. merc. fin., 1999

- G. Cabras, “La capitalizzazione degli interessi nel conto corrente bancario: l’equivoco della sineddoche”, in Giur. comm., 2000, I

- F. Cacciafesta, “Matematica Finanziaria”, 2006

- F. Cacciafesta, “In che senso l’ammortamento francese (e non solo esso) dia luogo ad anatocismo”, in Politeia, 120/2015

- F. Cacciafesta, “Una proposta per superare il dialogo tra sordi in corso sull’ammortamento francese, con alcune osservazioni sul TAEG e sul TAN”, in corso di pubblicazione in “Rivista del Diritto Commerciale e del Diritto Generale delle Obbligazioni”, 3, 2019 e in www.ildirittocommerciale.com

- F. Cacciafesta, “Ammortamento francese: un argomento inconcludente”, in www.altalex.com, 30/07/2019

- F. Cacciafesta, “Le leggi finanziarie dell’interesse semplice e composto, e l’ammortamento dei prestiti”, in www.assoctu.it

- M. Caliri, “Matematica Finanziaria”, 2001

- O. Caleo, “Pratiche anatocistiche e nuove regole per i mutui bancari: dal pacchetto Bersani bis al Piano Famiglie”, in G. Capaldo (a cura di), “L’anatocismo nei contratti e nelle operazioni bancarie”, 2010

- C. Camardi, “Mutuo bancario con piano di ammortamento “alla francese”, nullità delle clausole sugli interessi e integrazione giudiziale”, in Banca, borsa e ti. di cred., 2015, n. 1, II

- V. Cancrini, “Le criticità dei mutui derivanti dal piano di ammortamento alla francese. Normativa e Giurisprudenza”, in www.bancheepoteri.it, 14.03.2019

- V. Cancrini, “La querelle sui contratti bancari e finanziari alla luce della sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione n. 898 del 16 gennaio 2018”, in www.bancheepoteri.it, 06.01.2019

- E. Capobianco, “Profili generali della contrattazione bancaria”, in “I contratti bancari”, in Trattato dei Contratti, diretto da P. Rescigno ed E. Gabrielli

- E. Capobianco, I contratti delle banche: trasparenza ed equilibrio nei rapporti con la clientela, in Diritto della banca e del mercato finanziario, 2002, n. 2, pag. 206

- T. Caraffa, Voce “Anatocismo” in Digesto italiano, 1927

- V. Carbone, “Anatocismo e usi bancari: la Cassazione ci ripensa”, commento a Cass. n. 2374/1999 e a Cass. n. 3096/1999, in I Contratti, 1999 e in Banca, borsa tit. cred., 1999, II

- V. Carbone, “Clausole anatocistiche e contratto di conto corrente”, in Corriere giur., 2018, 11

- P. Carriere, “La luce (finalmente) in fondo al tunnel dell’anatocismo?”, in Rivista di diritto bancario, settembre 2016 e in www.dirittobancario.it

- A. Casano, “Elementi di Algebra, Primary Source Edition”, 1845

- E. Castagnoli - L. Peccati, in “Matematica in azienda 1. Calcolo finanziario con applicazioni”, 2002

- E. Caterini, “La Trasparenza bancaria”, in “I contratti bancari”, in Trattato dei contratti diretto da P. Rescigno ed E. Gabrielli

- F. Civale, “L’art. 120 del TUB versione 2016: il <<valzer>> degli interessi nei rapporti bancari”, in Rivista di diritto bancario, 2016, e in www.dirittobancario.it

- G. Colangelo, “Interesse semplice, interesse composto e ammortamento francese”, in Il Foro it., novembre 2015, V

- G. Colangelo, “Contrasto tra il tasso d'interesse quantificato in cifra numerica e quello determinato dal piano di rimborso di un mutuo: anatomia di una controversia”, in Danno e responsabilità, 1/2016 e in www.altalex.com, 05/05/2017

- G. Colangelo, “Il lungo addio”, in Il Foro It., 2016, I

- G. Colangelo, “Mutuo, ammortamento alla francese e nullità”, nota Cass. 20.01.2013 n. 2072, in Foro it., 2010, pag. 1246

- C. Colombo, “L’anatocismo”, 2007

- C. Colombo, “L’anatocismo bancario tra legge di stabilità ed instabilità della legge”, in “Corriere giuridico”, 8/9, 2015

- C. Colombo, “Gli interessi nei contratti bancari”, in AA.VV., “I Contratti bancari”, (a cura di E. Capobianco), 2016

- E. Corali, “Cittadini, tariffe e tributi. Principi e vincoli costituzionali in materia di prestazioni patrimoniali imposte”, 2009

- E. M. Corigliano, “Gli interessi periodicamente capitalizzati non possono più produrre ulteriori interessi”, in www.expartecreditoris.it

- E. Cutugno e V. De Gioia, “L’anatocismo bancario”, in Diritto & Giustizia, Anno VI, Supplemento al fascicolo n. 34/2005

- M. D’Amico, E. Luciano e L. Peccati, “Calcolo finanziario. Temi base e temi moderni”, 2018

- B. de Finetti, “Lezioni di matematica finanziaria”, 1955

- P. De Gioia Carabellese, “L’anatocismo nei rapporti tra banca e cliente”, in I Contratti, 2000

- C. M. De Iuliis, “Riflessioni in tema di capitalizzazione degli interessi alla luce della deliberazione C.I.C.R. 9 febbraio 2000”, in Contratto e Impresa, 2001

- N. De Luca, “Interessi composti, preammortamento e costi occulti. Note sul mutuo alla francese e all’italiana”, in Banca, borsa, tit. cred., 2019, fasc. 3, pag. 371 e ss. e in www.iuseplorer.it

- P. G. Demarchi Albengo, “Brevi riflessioni su anatocismo e commissioni di massimo scoperto nei conti correnti bancari”, 2011, relazione tenuta per la formazione decentrata per il distretto della Corte di Appello di Bari, in www. assoctu.it

- R. De Ruggiero, in Diz. Prat. Dir. Priv., 1913-1939

- A. De Simone, “La gestione delle cause di anatocismo e usura: ripartizione dell’onere della prova, ammissibilità degli ordini di esibizione, prescrizione del diritto alla ripetizione dell’indebito e impostazione della C.T.U..”, in www.dirittobancario.it, 2012

- A. De Simone e M L. Ienco, in “Sulla inconfigurabilità dell’anatocismo nel conto corrente operativo”, in www.expartecreditoris.it e in Gazzetta forense, Anno 8, n. 3, maggio/giugno 2015

- A. Di Amato, “Divieto di anatocismo e mutui ad ammortamento”, nota di commento a Cass. n. 3479/1971 in Giust. Civ., 1972, I, pag. 518 e ss.

- L. Di Pietropaolo, “Osservazioni in tema di anatocismo”, in Nuova giur. civ. comm, 2001, II

- A. Di Majo, “Le obbligazioni pecuniarie”, 1996

- R. Di Napoli, “Anatocismo e vizi dei contratti bancari”, 2010

- A. A. Dolmetta, “Trasparenza dei prodotti bancari. Regole”, 2013

- A. A. Dolmetta, “Il divieto di anatocismo per le banche dalla gestione del pregresso ai rapporti attuali, per un uso laico della certezza del diritto”, in www.iusexplorer,it, 2018

- A. A. Dolmetta, “Per l’equilibrio e la trasparenza delle operazioni bancarie: note critiche alla L. n. 154/1992”, in Banca borsa, tit. cred., 1992, I

- A. A. Dolmetta, “Sul transito dell’anatocismo bancario dal vecchio al nuovo regime”, in www.ilcaso.it, 2015

- A. A. Dolmetta, “Rilevanza usuraria dell’anatocismo (con aggiunte note sulle clausole da inadempimento)”, in Riv. dir. banc., 2015

- A. A. Dolmetta, “Sopravvenuta abrogazione del potere bancario di anatocismo,” in Banca, borsa, tit. cred., 2015, I

- A. A. Dolmetta e A. Perrone, “Risarcimento dei danni da obbligazioni di interessi e anatocismo”, in Banca, borsa, tit. cred., 2, 1999

- A. A. Dolmetta, “Osservazioni sulla riforma dell’anatocismo bancario. A margine della proposta di delibera C.I.C.R.”, intervento estratto dagli Atti del Convegno “Il nuovo articolo 120 TUB e la proposta di delibera CICR della Banca d’Italia”, organizzato da Assoctu in Roma, il 16.10.2015

- V. Falaschi, Voce “Credito fondiario”, in Novissimo Dig. It., vol. IV, 1974

- V. Farina, “Interessi, finanziamento e piano di ammortamento alla francese: un rapporto problematico”, in I Contratti, I, 2019, n. 4

- V. Farina, “Recenti orientamenti in tema di anatocismo”, in Rassegna di Diritto Civile, n. 4/1991

- - V. Farina, “Anatocismo e mutuo bancario”, nota a Cass. 25.02.2003 n. 2593, in Dir. fall., 2003, 2

- V. Farina, “Interessi, finanziamento e piano di ammortamento alla francese: un rapporto problematico”, in I Contratti, 2019, 219, n. 4

- V. Farina, “L’immediata operatività del (nuovo) divieto di anatocismo”, in I Contratti, 2015

- V. Farina, “Le recenti modifiche dell’art. 120 T.U.B. e la loro incidenza sulla delibera C.I.C.R. 9 febbraio 2000”, in www.dirittobancario.it, 2014

- V. Farina, “L’immediata operatività del (nuovo) divieto di anatocismo”, in I Contratti, 10/2015

- V. Farina, “La (ennesima) resurrezione dell’anatocismo bancario”, in I Contratti, 2016

- P. L. Fausti, “Il mutuo”, in Trattato del Diritto Civile del Consiglio Nazionale del Notariato, 2004

- A. Fedele, “Appunti in tema di anatocismo giudiziale”, in Riv. dir. comm., 1952, I

- G. B. Ferri “Causa e tipo nella teoria del negozio giuridico”, 1968

- P. Ferro Liuzzi, “Una nuova fattispecie giurisprudenziale: l’<<anatocismo bancario>>: postulati e conseguenze”, in Giur. comm., 2001, I, 1

- P. Ferro Liuzzi, “Dell’anatocismo, del conto corrente bancario e di tante cose poco commendevoli”, in Rivista dir. prov., 2000

- P. Ferro Liuzzi, “Il tempo nel diritto degli affari”, in Banca, borsa, tit. cred., 2000

- P. Fiorio, “Il divieto di anatocismo e la nuova disciplina degli interessi bancari. Prime osservazioni alla bozza di deliberazione C.I.C.R.”, in www.ilcaso.it, 2015 e in ww.assoctu.it

- F. Fiorucci, “Anatocismo, usura e TAEG/ISC nei mutui bancari”, 2019

- F. Fiorucci, “L’anatocismo nei mutui bancari”, in www.ilsocietario.it, 25.07.2016 e in www.iusexplorer.it

- M. Fragali, “Del mutuo – Artt. 1813 - 1822”, in A. Scialoja – G. Branca (a cura di), Commentario del Codice Civile, 1969

- A. Gambaro, “Le clausole vessatorie tra impresa e consumatore. Un viaggio nella western legal tradition”, in “Trasparenza e legittimità delle condizioni generali di contratto”, a cura di A. Marini e C. Stolfi, 1992

- F. Gambino, “Il rapporto obbligatorio”, in Trattato di Diritto Civile (I - Le obbligazioni), diretto da R. Sacco, 2015

- E. Ginevra, “Sul divieto di anatocismo nei rapporti tra banche e clienti”, in Banca, borsa, tit. cred., 1999, II

- G. Giorgi, “Teoria delle obbligazioni nel diritto moderno italiano”, 1895

- C. A. Giusti, “Il nuovo anatocismo: un contributo all’entropia della regolamentazione bancaria?”, in Rivista di diritto bancario, 2017, n. 2, pag. 8 e in www.dirittobancario.it

- D. Griffo, “Interessi moratori, usura e anatocismo, la querelle infinita”, in I Contratti, 2015, e in www.giuridica.it

- F. Insolera, “Teoria della capitalizzazione”, 1949

- B. Inzitari, “Interessi. Legali, corrispettivi, moratori, usurai anatocistici”, in Quaderni de ildirittodegliaffari.it

- B. Inzitari, “Limiti dell’ammissibilità della relatio nella determinazione per iscritto degli interessi ultralegali” in Giurisprudenza It., 1984, I, 1

- B. Inzitari, “La produzione degli interessi degli interessi o anatocismo”, in Trattato di Diritto Commerciale e di Diritto Pubblico dell’Economia, diretto da Francesco Galgano, Vol. VI, 1983

- B. Inzitari, “Il mutuo con riguardo al tasso soglia della disciplina antiusura ed al divieto dell’anatocismo”, in “Mutui ipotecari. Riflessioni giuridiche e tecniche contrattuali”, in Banca, borsa, tit. cred., 1999, fasc. 3

- B. Inzitari, “Profili del diritto delle obbligazioni”, 2000

- B. Inzitari, “Osservazioni alla proposta di delibera Cicr in consultazione”, in www.ildirittodegliaffari.it

- G. La Rocca, “L’anatocismo. Dall’inadempimento ai contratti di credito”, 2002

- G. La Rocca, “Problemi del contratto di mutuo con ammortamento alla francese tra usura e possibile <<anatocismo>> nel piano di ammortamento”, in Atti del Convegno “Finanziamenti, mutui e leasing. Risvolti matematici dei piani di ammortamento e criticità delle condizioni contrattuali”, organizzato da Assoctu e tenutosi in Milano, il 18.01.2019

- C. Lazzaro, “L’anatocismo: tra comparazione e prospettive di riforma”, in Comparazione e diritto civile, dicembre 2017 e in www.comparazionedirittocivile.it.

- F. Leo, “Annunciato emendamento sullo stop all’anatocismo degli interessi bancari; perplessità sulla formulazione della modifica all’art. 120 TUB”, in www.kipling90.com

- E. Levi, “Corso di Matematica Finanziaria ed attuariale”, 1964

- M. Libertini, Voce “Interesse”, in Enciclopedia del Diritto, XII, 1972

- R. Lotito, “Anatocismo e interessi bancari: orientamenti giurisprudenziali”, in Riv. crit. dir. priv..

- F. A. Magni, “Le regola dell’anatocismo”, in “Il mutuo e le altre operazioni di finanziamento”, a cura di V. Cuffaro, 2009

- D. Maffeis, “Il nuovo art. 120 T.U.B. e la proposta di delibera C.I.C.R. della Banca d’Italia”, 16.10.2015, intervento nell’omonimo Convegno organizzato in Roma da Assoctu, in www.assoctu.it

- F. Maimeri, “La capitalizzazione degli interessi tra legge sulla stabilità e decreto competitività”, in www.dirittobancario.it, luglio 2014

- A. Mantovi – G. Tagliavini, “Anatocismo e capitalizzazione annuale degli interessi”, in www.dirittobancario.it, giugno 2015

- R. Marcelli, “L’anatocismo e le vicissitudini della Delibera Cicr 9/2/00. Dall’anatocismo sfilacciato al divieto dell’art. 1283 cc: nell’indifferenza dell’Organo di Vigilanza, l’intermediario bancario persevera nella capitalizzazione degli interessi, con oltre € 2 mil. di ricavi illegittimi nell’anno in corso”, in www.ilcaso.it, 2014

- R. Marcelli, “Ammortamento alla francese: I contratti di ‘adesione’ e i presidi posti dall’art. 1283 c.c. e dal nuovo art. 120 TUB, 2° comma. Le vischiosità addotte dalla giurisprudenza. Sentenza del Tribunale di Torino, E. Astuni del 30/5/19”, in www.assoctu.it, 2019

- R. Marcelli, “Ammortamento alla francese e all’italiana, le conclusioni della Giurisprudenza risultano confutate dalla Matematica”, in www.assoctu.it, 2019

- R. Marcelli, “L’ammortamento alla francese. Nella rata si annida l’anatocismo”, in www.assoctu.it

- R. Marcelli, “Ammortamento alla francese, TAN, TAE, TAEG e il prezzo del finanziamento”, in www.assoctu.it

- R. Marcelli, “Anatocismo e Capitalizzazione. I promessi sposi sono convolati a nozze: con il nuovo art. 120 TUB si scardina il presidio dell’art. 1283 c.c.”, in www.assoctu.it, 2016

- R. Marcelli, “L’interesse composto e l’anatocismo. Una ricorrente criticità nei rapporti creditizi, che, nell’asimmetria contrattuale ed informativa, consente alla finanza di fagocitare l’economia reale”, in www.assoctu.it

- R. Marcelli, “L’anatocismo espunto dal Parlamento riemerge nella delibera C.I.C.R.: gli <<accorgimenti>> della Banca d’Italia”, in Atti del Convegno “Il nuovo art. 120 T.U.B. e la proposta di delibera C.I.C.R. della Banca d’Italia”, organizzato da Assoctu in Roma, il 16.10.2015 e in www.assoctu.it

- R. Marcelli, A.G. Pastore, A. Valente, “TAN, TAE, TAEG nei finanziamenti a rimborso in unica soluzione e nei finanziamenti a rimborso graduale”, 2019, in assoctu.it

- R. Marcelli, A. G. Pastore, A. Valente, “L’ammortamento alla francese. Il regime composto e l’anatocismo: la verità celata”, in Il Risparmio, n. 1/2019

- R. Marcelli e A. Valente, “Ammortamento alla francese: equivoci e pregiudizi.”, in www.assoctu.it, 03.10.2019 e in www.ilcaso.it, 03.10.2019

- C. Mari e G. Aretusi, “Sull’esistenza e unicità dell’ammortamento dei prestiti in regime lineare”, in Il Risparmio, n. 1/2018

- C. Mari e G. Aretusi, “Sull’ammortamento dei prestiti in regime composto e in regime semplice, alcune considerazioni concettuali e metodologiche”, in Il Risparmio, n. 1/2019

- G. Marinetti, Voce “Interessi” in Novissimo Digesto Italiano, 1961

- A. Marini, “Anatocismo e usi bancari”, in Riv. dir. comm., 1982, II, pag. 89

- M. Mazzola, “La nuova disciplina dell’anatocismo bancario nella legge di stabilità: prime note”, in www.dirittobancario.it, 2014

- S. Mele, “La funzione degli interessi moratori e la questione della capitalizzazione degli interessi bancari. Spunti comparatistici ed evoluzione della normativa in Italia”, in Banca, borsa, tit. cred., 2018, fasc. 5

- B. Meoli, “Un nuovo intervento della Cassazione in materia di anatocismo bancario: è illegittima la capitalizzazione degli interessi maturate sulle rate di mutuo”, nota di commento alla sentenza della Corte di Cassazione n. 2593/2003, in Nuova Giur. civ. comm., 2004

- G. C. Messa, “L’obbligazione degli interessi e le sue fonti”, 1911

- G. Minervini, “La trasparenza delle condizioni contrattuali (contratti bancari e contratti con i consumatori)”, in Banca, borsa, tit. cred. 1997, I

- A. Montel, Voce “Anatocismo”, in Novissimo Digesto Italiano, Vol. I, 1957

- U. Morera, “Sulla non configurablità della fattispecie <<anatocismo>> nel conto corrente bancario”, in Rivista dir. civ., 1995

- U. Morera e G. Olivieri, “Il divieto di capitalizzazione degli interessi bancari nel nuovo art. 120 comma 2 T.U.B.”, in Banca, borsa, tit. cred., 2015, fasc. 3 e in www.associazionepreite.it

- F. Moriconi, “Matematica Finanziaria”, 1995

- G. Morini, “Ammortamento alla francese, capitalizzazione degli interessi e l’anatocismo. Una sfida tra diritto e matematica”, in www.diritto.it, 2018

- G. Mucciarone, “La trasparenza bancaria”, in Trattato dei Contratti diretto da V. Roppo, 2014

- G. Mucciarone, “Anatocismo bancario: ultimi sviluppi”, relazione tenuta al Convegno organizzato da ADDE dal titolo “Quali regole per quali mercati?”, in Milano, 11-12 dicembre 2015, in Banca, Impresa, Società, 2016

- L. Nazzicone, “L’anatocismo e le banche”, in “Il libro dell’anno del diritto”, 2013

- A. Nigro, “La legge sulla trasparenza delle operazioni e dei servizi bancari e finanziari: note introduttive”, in Dir. Banc., 1992, I

- A. Nigro, “L’anatocismo nei rapporti bancari, una storia infinita?”, in Dir. banca e merc. fin., 2001

- A Nigro, “L’anatocismo nei rapporti bancari tra passato e futuro”, in Foro it., 1, 2000

- G. Olivieri – P. Fersini “Sull’anatocismo nell’ammortamento alla francese”, in Banche e Banchieri, 2/2015

- G. Olivieri – P. Fersini, “Capitalizzazione semplice e capitalizzazione composta”, intervento estratto dagli atti del Convegno “Il nuovo art. 120 T.U.B. e la proposta delibera C.I.C.R. della Banca d’Italia”, organizzato da Assoctu, 16.10.2015

- R. Orlando, “L’anatocismo giudiziale: una decisione chiara”, in Giust. Civ. 1996, I

- G. Ottaviani, “Lezioni di Matematica Finanziaria”, 1988

- A. Pace, “Anatocismo e riserva di legge”, commento a Corte Cost., 12 ottobre 2007, n. 341, in Giur. cost., 2007

- V. Pandolfini, “La disciplina degli interessi pecuniari”, 2004

- V. Pandolfini, “Divieto di anatocismo e contratto di mutuo bancario”, in I Contratti, n. 6/2003

- V. Pandolfini, “Anatocismo bancario: le questioni ancora aperte”, in I Contratti, 2005

- L. Pascucci, “Interessi moratori e usura: quid sub sole novi?”, in La Nuova Giurisprudenza Civile Commentata, 2018, 2

- A. Pavone La Rosa, “Gli usi bancari”, in Le operazioni bancarie (a cura di Portale), 1978

- A. Petraglia, “Usura, anatocismo e altre patologie dei contratti bancari”, relazione al «Convegno Convenia», Milano, 3-4 febbraio 2015

- C. Polidori, “Matematica Finanziaria”, 1954

- G. Porcelli, Voce “Interessi anatocistici”, in Digesto discipline priv., Agg. III, 2007

- C. Prencipe, “Nuova formulazione dell’art. 120 TUB: interessi calcolati sulla sola quota capitale”, in http://iusletter.com

- F. Pressacco e L. Ziani, “Piani di rimborso e anatocismo, una visione non convenzionale”, in www.assoctu.it

- E. Quadri, “Le obbligazioni pecuniarie”, in Trattato di Diritto Privato diretto da Pietro Rescigno, IX, Vol. 1, 1984

- F. Quarta, “Nessuna generalizzata deroga all’art. 1283 c.c. a seguito del decreto C.I.C.R.”, in Rivista dir. banc., 11, 2016 e in www.dirittobancario.it

- L. M. Quattrocchio, G. Quaranta, I. Astorino, “L’anatocismo sul piano tecnico e sotto il profilo storico-evolutivo in ambito nazionale e sovranazionale”, in www.ildirittodegliaffari.it, 08.10.2015

- A. Quintarelli, “Conto corrente bancario: anatocismo e capitalizzazione; prescrizione; azioni di accertamento e condanna, distribuzione dell’onere della prova e saldo zero”, in www.ilcaso.it, 2015

- A. Riccio, “L’anatocismo”, in F. Galgano (Collana diretta da), “I grandi orientamenti della giurisprudenza civile e commerciale”, 2002

- A. Riccio, “Svolta clamorosa della Corte Costituzionale”, in Contratto e impresa, 2007

- A. Riccio, “La capitalizzazione degli interessi passivi è definitivamente nulla”, in Contratto e impresa, 2004

- A. Riccio, “Ancora sull’anatocismo”, in Contratto e impresa, 2007

- A. Riccio, “Alcune sentenze di merito in materia di anatocismo nelle more della decisione della Consulta”, in Contratto e Impresa, 2007

- N. Rizzo, “L’anatocismo bancario nella giurisprudenza dell’A.B.F. e nella proposta di delibera C.I.C.R.”, in I Contratti, 2016

- S. Rodotà, “Le fonti di integrazione del contratto”, 1969

- V. Roppo, “L’anatocismo bancario dopo l’intervento della Corte Costituzionale”, in Il Corriere Giuridico n. 11/2000

- V. Roppo, “Trattato dei contratti”, V, 2014

- F. Rundo, “Ammortamento cd. alla francese e presunto effetto anatocistico”, in www.altalex.com, 2016

- C. Ruperto, “La giurisprudenza sul codice civile coordinata con la dottrina, Libro IV, Delle obbligazioni,” a cura di Bellini, Carbone, Delli Priscoli, Marziale, Simonetti e Stella Richter, 2012

- M. Rutigliano – L. Faccincani, “Brevi note per riconoscere, “si spera definitivamente”, l’assenza di anatocismo nel mutuo con piano di ammortamento “alla francese”, in Banche e banchieri, 2017, n. 3

- R. Sacco “Trattato di Diritto Civile – Il rapporto obbligatorio”, 2015

- U. Salanitro, “Gli interessi bancari anatocistici”, in Banca, borsa, tit. cred., suppl. al n. 4/2004

- F. Sartori, “Prolegomeni in tema di anatocismo: a proposito della proposta di delibera C.IC.R. della Banca d’Italia”, in Rivista di diritto bancario, 18, 2015 e in www.dirittobancario.it

- O. T. Scozzafava, “Dei beni” (artt. 810-821), in, Il Codice Civile Commentato, diretto da Pietro Schlesinger, 1999

-

- O. T. Scozzafava, “Gli interessi dei capitali”, 2001

- O. T. Scozzafava, “L’anatocismo e la Cassazione: così è se vi pare”, in I Contratti, n. 3/2005

- M. Scura, “L’anatocismo”, in “Il contenzioso tra banche e clienti”, a cura di F. Aratari e L. Iannaccone, 2018

- M. Semeraro, “Anatocismo, divieto di anatocismo e relativo ambito di operatività”, in Rivista di diritto bancario, 2017, n. 13 e in www.dirittobancario.it

- P. Serrao D’Aquino, “L’anatocismo bancario vietato ma non troppo. La Legge 49 del 2016 modifica ancora l’art. 120 TUB” in giustiziacivile.com, 31 ottobre 2016

- P. Serrao D’Aquino, “Il nuovo art. 120 TUB: problemi applicativi ed orientamenti giurisprudenziali”, in giustiziacivile.com, 30 dicembre 2015

- E. Simonetto, Voce “Interessi – 1) Diritto civile”, in Enciclopedia giuridica, 1989

- D. Sinesio, “Interessi pecuniari fra autonomia e controlli”, 1989

- D. Sinesio, “L’anatocismo”, in Dir. banc., 1990, I,

- F. Soave, “Elementi d’aritmetica,” 1822

- B. Spagna Musso, “Principi di trasparenza, correttezza e buona fede nei rapporti bancari”, in wwww.bancheepoteri.it, 06.01.2019

- L. Spagnolo, “L’anatocismo mascherato”, 2016

- A. Stilo, “La tutela del cliente nei confronti dell’istituto di credito, con particolare riferimento alle questioni in materia di anatocismo”, in Giur. merito, 2013, fasc. 11

- A. Stilo, “Dall’art. 120, comma 2, T.U.B. alla proposta di delibera C.I.C.R.: verso il ritorno dell’anatocismo bancario ?”, in www.dirittobancario.it, 2015

- A. Tanza, Anatocismo bancario: le novità introdotte dalla Legge di Stabilità 2014, in www.altalex.com, 18/02/2014

- C. Trapuzzano, “Anatocismo bancario”, in Giur. merito, 2010, fasc. 2

- M. Trovato, “Matematica per le applicazioni finanziarie”, 1975

- A. C. Vaccaro Belluscio, “Divieto di anatocismo esteso ai contratti di mutuo”, in Dir. e prat. soc., 2003, 6, pagg. 62 e ss., nota di commento alla sentenza della Corte di Cassazione n. 2593/2003

- A. C. Vaccaro Belluscio, “Violazione dell’art. 1283 c.c. e nullità parziale del contratto: il problema dell’integrazione tra favor debitoris e tutela dell’equilibrio contrattuale”, in Corr. giur., 2012, n. 2

- G. Varoli, “Matematica Finanziaria”, 2011

- U. Vassallo Paleologo, “Ibis redibis non morietur in bello, ovvero la sibilla cumana e l’anatocismo bancario”, in Norma – Quotidiano d’informazione giuridica, pagg. 9-10

- U. Vassallo Paleologo, “La dissoluzione e la ricostruzione dell’anatocismo bancario nei rapporti contrattuali regolati in conto corrente in relazione alla legge n. 108/1996, ovvero il carsismo degli istituti giuridici”, in Atti del Convegno “L’usura bancaria” organizzato da Assoctu e tenutosi in Milano, il 10.11.2017, in www.assoctu.it

- S. Vianelli – A. Giannone jr, “Matematica Finanziaria”, 1965

- A. Vita, Voce “Interessi”, in Novissimo Digesto Italiano (diritto civile), 1938

- E. Volpe di Prignano, “Lezioni di Matematica Finanziaria Classica”, 2002

- D. Warhe “Anatocismo nei mutui. Le formule segrete”, 2016

n senso diverso sembra pronunciarsi la giurisprudenza per la qual v. Tribunale Torino, 26 Luglio 2017; Trib. Torino, 20 aprile 2012; Trib. Biella, 1° marzo 2018, n.75; v. tuttavia, Trib. Napoli, 3 gennaio 2017, n. 29.

[1] cfr., ex plurimis, A. Casano, “Elementi di Algebra”, 1845, pag. 277, E. Levi, “Corso di matematica Finanziaria e Attuariale”, 1964, pagg. 223, 227 e 231, B. de Finetti, “Lezioni di Matematica Finanziaria”, 1955, F. Insolera, “Teoria della capitalizzazione”, 1949, A. Annibali, A. Annibali e C. Barracchini, “Anatocismo e ammortamento di mutui alla francese in capitalizzazione semplice”, 2016, Idd. “Anatocismo e ammortamento di mutui alla francese – Manuale per le professioni di Magistrato, Commercialista e Avvocato”, 2016, G. Olivieri – P. Fersini “Sull’anatocismo nell’ammortamento alla francese”, in Banche e Banchieri, 2/2015, C. Mari e G. Aretusi, “Sull’esistenza e unicità dell’ammortamento dei prestiti in regime lineare”, in “Il Risparmio, n. 1/2018, Idd., “Sull’ammortamento dei prestiti in regime composto e in regime semplice, alcune considerazioni concettuali e metodologiche”, in Il Risparmio, n. 1/2019, M. Caliri, “Matematica Finanziaria”, 2001, pagg. 169 e 173, S. Vianelli – A. Giannone jr, “Matematica Finanziaria”, 1965, pag. 125, F. Cacciafesta, “Matematica Finanziaria”, 2006, pagg. 89 e 112, Id. “In che senso l’ammortamento francese (e non solo esso) dia luogo ad anatocismo”, in Politeia, 120/2015, A. Mantovi – G. Tagliavini, “Anatocismo e capitalizzazione annuale degli interessi”, in dirittobancario.it, giugno 2015, pagg. 11 e 12, F. Moriconi, “Matematica Finanziaria”, 1995, pagg. 17 e 67, G. Colangelo, “Interesse semplice, interesse composto e ammortamento francese”, in Foro it., novembre 2015, V, pag. 476.

Davvero pochi i contributi scientifici di segno contrario, tra i quali si segnala M. Rutigliano – L. Faccincani, “Brevi note per riconoscere, “si spera definitivamente”, l’assenza di anatocismo nel mutuo con piano di ammortamento “alla francese”, in Banche e banchieri, 2017, n. 3, pagg. 333 e ss., articolo contenente considerazioni incompatibili con quelle fatte proprie dal resto della comunità scientifica che si è occupata del tema in esame, quali sintetizzate ed analizzate nel presente scritto.

[2] cfr. sentenza Trib. Torino, 30.05.2019, n. 605 (G.U. Astuni), in www.assoctu.it e in www.ilcaso.it.

[3] una prima criticità (terminologica) è implicata dallo stesso impiego del termine “capitalizzazione”, che può generare confusione per il giurista che si approcci alla tematica “digiuno” delle più elementari nozioni matematiche, deriva dalla stessa variabilità semantica dello vocabolo nell’ambito del lessico matematico-finanziario, potendo il sintagma, a seconda dei contesti argomentativi presi in considerazione, essere inteso, in sostanziale aderenza al significato con il quale viene solitamente utilizzato sul piano giuridico, quale sinonimo di “montante”, vale a dire nel senso che gli interessi vengono resi fruttiferi, attraverso il calcolo di interessi su interessi (cfr. F. Cacciafesta, “Lezioni di matematica finanziaria classica e moderna”, 1991, pagg. 27 e ss.), o piuttosto nell’accezione (tradizionale nel linguaggio scientifico) di calcolo del valore a un determinato tempo futuro di un capitale disponibile al tempo presente (cfr., ad es., E. Volpe di Prignano, “Lezioni di matematica finanziaria classica”, 2° ed., 2003, pp. 7 ss., F. Cacciafesta, “Lezioni di matematica finanziaria classica e moderna”, cit., pagg. 1 e ss.). A ben vedere, il significato “tradizionale” del termine “capitalizzazione” nella scienza matematica (da ultimo precisato) è assimilabile al fenomeno giuridico della rivalutazione monetaria (cfr. V. Barba, “La disciplina legale dell’anatocismo nel sistema codicistico”, in G. Capaldo (a cura di), “L’anatocismo nei contratti e nelle operazioni bancarie”, 2010, pag. 53, nota 21).

[4] Per comprendere le dimensioni finanziarie del fenomeno, si rimanda al sito www.movimentoconsumatori.it, sezione “Stop anatocismo – La dimensione del fenomeno: gli interessi anatocistici del 2014 ammontano a circa 2 miliardi di euro” ed allo studio di R. Marcelli “L’anatocismo “L’anatocismo, espunto dal Parlamento, riemerge nella delibera CICR. Gli “accorgimenti della Banca d’Italia”, in www.ilcaso.it, 26 ottobre 2015 (Atti del Convegno “Il nuovo art. 120 TUB e la proposta Delibera CICR della Banca d’Italia” tenutosi in Roma, il 16.102015), ove, a pag. 70, si aggiorna il dato ad Euro 4 miliardi per il biennio 2014/2015.

[5] A. Annibali, A. Annibali, C. Barracchini, “Commento tecnico-matematico alla sentenza del Tribunale di Torino n. 605 del 30 maggio 2019”, pag. 2, in Le controversie bancarie. Attualità di Giurisprudenza, Dottrina e Casi pratici, Anno III, n. 23.





[6] in termini, tra gli altri, M. Libertini, Voce “Interesse”, in Enciclopedia del Diritto, 1972, § 31, U. Vassallo Paleologo, “Ibis redibis non morietur in bello, ovvero la sibilla cumana e l’anatocismo bancario”, in Norma – Quotidiano d’informazione giuridica, pagg. 9-10.

[7] cfr. G. La Rocca, “L’anatocismo. Dall’inadempimento ai contratti di credito”, 2002.

[8] cfr. G. La Rocca, “L’anatocismo. Dall’inadempimento ai contratti di credito”, 2002, pag. 108.





[9] A seguito del revirement del 1999 relativo al riconoscimento della dinamica anatocistica implicata dalla capitalizzazione trimestrale degli interessi debitori nei conti correnti bancari, la Corte regolatrice ha precisato che anche in rapporto al contratto di mutuo – fatta eccezione per la peculiare disciplina riservata agli interessi moratori applicati, a prescindere dal rispetto dei limiti e delle condizioni previste dall’art. 1283 c.c., sull’intera rata insoluta alla scadenza (comprensiva di quota capitale e quota interessi), in base alle specifiche disposizioni dianzi richiamate – il calcolo degli interessi non può che avvenire in conformità al disposto imperativo di cui all’art. 1283 c.c.; emblematica, al riguardo, il seguente passaggio motivazionale della sentenza n. 2593/2003 dello stesso Supremo Collegio: “In tema di mutuo bancario, e con riferimento al calcolo degli interessi, devono ritenersi senz'altro applicabili le limitazioni previste dall'art. 1283 c.c., non rilevando, in senso opposto, l'esistenza di un uso bancario contrario a quanto disposto dalla norma predetta. Gli usi normativi contrari, cui espressamente fa riferimento il citato art. 1283 c.c., sono, difatti, soltanto quelli formatisi anteriormente all'entrata in vigore del codice civile (né usi contrari avrebbero potuto formarsi in epoca successiva, atteso il carattere imperativo della norma “de qua” — impeditivo, per l'effetto, del riconoscimento di pattuizioni e comportamenti non conformi alla disciplina positiva esistente — norma che si poneva come del tutto ostativa alla realizzazione delle condizioni di fatto idonee a produrre la nascita di un uso avente le caratteristiche dell'uso normativo), e, nello specifico campo del mutuo bancario ordinario, non è dato rinvenire, in epoca anteriore al 1942, alcun uso che consentisse l'anatocismo oltre i limiti poi previsti dall'art. 1283 c.c. Ne consegue la illegittimità tanto delle pattuizioni, tanto dei comportamenti — ancorché non tradotti in patti — che si risolvano in una accettazione reciproca, ovvero in una unilaterale imposizione, di una disciplina diversa da quella legale.”.

[10] Parte della dottrina – sia pure con espresso riferimento al testo dell’art. 120 comma 2 lett. b) del T.U.B. conseguente alla L. n. 147/2013 (cd. Legge di Stabilità 2014), ma in virtù di un corredo argomentativo spendibile anche in relazione a quello attualmente vigente, novellato per effetto dell’art. 17 bis del D.L. 24.02.2016 n. 18 (convertito in L. n. 49/2016) - ha peraltro rilevato che, stante l’ampiezza dell’ambito applicativo della citata lett. b) dell’art. 2 dell’art. 120 T.U.B., inerente alla maturazione di interessi nel contesto di qualsivoglia rapporto bancario avente ad oggetto obbligazioni pecuniarie, detta disposizione, “esaurisce, quale lex specialis, ogni profilo di disciplina dell’anatocismo, nei rapporti bancari, escludendo l’applicazione della disciplina di cui all’art. 1283 cod. civ. Ciò non perché la disciplina dell’art. 120 TUB sia più analitica, o severa, dell’art. 1283 cod. civ., o perché lo sia meno, ma per la ragione di fondo, che se una norma disciplina un caso particolare – l’anatocismo bancario – essa è lex specialis, rispetto al caso generale – l’anatocismo nei debiti estranei ai rapporti bancari” (cfr. D. Maffeis, “Il nuovo art. 120 T.U.B. e la proposta di delibera C.I.C.R. della Banca d’Italia”, 16.10.2015, intervento nell’omonimo Convegno organizzato in Roma da Assoctu, in www.assoctu.it). La questione, in realtà, risulta alquanto complessa: specie con riguardo alla versione dell’art. 120 T.U.B. attualmente vigente (quella conseguente alla novella del 2016), per un verso l’incipit della lett. b) del comma 2 dello stesso articolo (così come i commi 1 e 2 dell’art. 3 della relativa delibera C.I.C.R. attuativa del 03.08.2016) pare ribadire il divieto di anatocismo codicistico, ciò che potrebbe rivelare la compatibilità della portata precettiva dell’art. 1283 c.c. anche per i contratti stipulati dagli istituti bancari e dagli intermediari autorizzati e consentire di qualificare il medesimo art. 120 comma 2 del D.Lgs. n. 385/1993 come fonte di disciplina di dettaglio, integrativa di quest’ultimo, con conseguente persistente esigenza di rispettare le condizioni ed i limiti (generali) posti dal medesimo art. 1283 c.c.: alla luce di tale inquadramento, ne deriverebbe, ad esempio, la persistente operatività, per gli interessi anatocistici di natura moratoria (il cui addebito è ammesso ai sensi del precitato art. 120 comma 2), del divieto di clausole pattizie preventive (oltre che di quello inerente alla durata infrasememestrale della relativa debenza), con conseguente più che dubbia legittimità anche dell’autorizzazione (unilaterale) “preventiva” del cliente all’addebito in conto, sub specie di capitalizzazione, degli interessi passivi maturati, ai sensi del n. 2 della precitata lett. b), al di fuori di quella “cornice” codicistica; per altro verso, la medesima disposizione del T.U.B. introduce contestualmente significativi deroghe e temperamenti alla disciplina generale codicistica (configurandosi quindi, in parte qua, derogatoria piuttosto che integrativa rispetto alla stessa) per i rapporti di finanziamento di qualsivoglia genere e (per il tramite della relativa delibera attuativa del C.I.C.R. del 03.08.2016) per quelli di conto corrente bancario, rispettivamente in relazione all’applicazione degli interessi di mora anche sulle quote interessi delle rate di rimborso dei finanziamenti ed all’addebitabilità in conto degli interessi passivi annualmente contabilizzati (cfr. G. Astone, “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi: l’articolata vicenda dell’anatocismo bancario”, 16.10.2015, intervento nell’omonimo Convegno organizzato in Roma da Assoctu, in www.assoctu.it ).

Altri Autori hanno invece ricondotto la disciplina di cui all’art. 120 comma 2 del T.U.B. nel perimetro di quella codicistica (art. 1283 c.c.): “Nel merito il nodo di fondo, che propone il vigente testo dell’art. 120 comma 2 TUB, si sostanzia nell’individuazione dei suoi rapporti con la disposizione dell’art. 1283 c.c.: se la norma bancaria deroghi radicalmente al principio civilistico (stia proprio a parte) o invece si coordini con lo stesso (di modo che il secondo integri la prima ….. me pare sia preferibile, nel contesto attuale, seguire quest’ultimo corno dell’alternativa: sia perché il testo dell’art. 120 non può dirsi univoco, netto, nel definire la scelta del distacco, sia per una ragione (all’altra anche connessa) di prudente realismo. Adottare la linea della rottura significa esporre la norma dell’art. 120 al rischio del giudizio di incostituzionalità” (cfr. A. A. Dolmetta, “Osservazioni sulla riforma dell’anatocismo bancario. A margine della proposta di delibera C.I.C.R.”, intervento estratto dagli Atti del Convegno “Il nuovo articolo 120 TUB e la proposta di delibera CICR della Banca d’Italia”, organizzato da Assoctu in Roma, il 16.10.2015); in senso conforme, V. Farina, “L’immediata operatività del (nuovo) divieto di anatocismo”, in I Contratti, 2015, pag. 880.

A ben vedere, come verrà precisato in seguito, tra l’art. 1283 c.c. e l’art. 120 comma 2 lett. b del T.U.B. intercorre un rapporto di specialità reciproca; ciò che comporta la definizione del rapporto tra l’art. 120 comma 2 del D.Lgs. n. 385/1993 e l’art. 1283 c.c. secondo quanto indicato a pagg. 46-47, nella nota 68 e nella nota 23 a pag. 16 del presente scritto.

[11] La teorica della necessaria sussunzione degli interessi composti, sic et simpliciter, nella categoria di quelli moratori non sembra dare sufficientemente conto delle fattispecie nelle quali il periodo di maturazione previsto costituisca un semplice indicatore di computo e non anche un termine di adempimento, alla scadenza del quale l'obbligazione diviene esigibile.



[12] cfr. Cass. n. 3805/2004, conf. Id. n. 1724/1977.

[13] cfr. A. Montel, Voce “Anatocismo”, in Novissimo Digesto Italiano, Vol. I, 1965, pag. 615.

[14] cfr. G. C. Messa, “L’obbligazione degli interessi e le sue fonti”, 1911, pag. 113, A. Montel, Voce “Anatocismo” in Novissimo Dig. It., pag. 513, V. Farina, “Recenti orientamenti in tema di anatocismo”, in Rassegna di Diritto Civile, n. 4/1991, pag. 778.

[15] il citato passaggio della Relazione al Codice Civile del 1865 del Guardasigilli Pisanelli è riportato, tra gli altri testi, da E. Cutugno e V. De Gioia, nell’articolo “L’anatocismo bancario”, in Diritto & Giustizia, Anno VI, Supplemento al fascicolo n. 34/2005.

[16] vedasi, ad es, G. Giorgi, “Teoria delle obbligazioni nel diritto moderno italiano”, 1895, pag. 185.

[17] nelle operazioni di credito fondiario poste in essere alla stregua della citata risalente disciplina, peraltro, gli interessi corrisposti dai mutuatari non rappresentavano il corrispettivo del godimento di un capitale della banca o del servizio dalla stessa reso, bensì lo strumento per consentire alla banca medesima di far fronte al pagamento dell’eguale importo di interessi passivi dovuti dalla banca ai portatori di cartelle fondiarie (cfr., in giurisprudenza, Cass. n. 3665/1969 e, in dottrina, V. Falaschi, Voce “Credito fondiario”, in Novissimo Dig. It., Vol. IV, 1974, pag. 932); funzione ormai venuta meno nel vigente quadro normativo.

[18] Delibera nella quale attenta dottrina ha individuato l’origine della tendenza alla delegificazione della materia, essendosi affidata ad un organo esecutivo non già la mera elaborazione di meri criteri di riferimento, bensì la stessa “sostanza” della regolamentazione del fenomeno anatocistico, in virtù del disposto di cui all’art. 25 comma 2 del D.Lgs. n. 342/1999 (“Il CICR stabilisce modalità e criteri per la produzione di interessi nelle operazioni poste in essere nell'esercizio dell'attività bancaria”); disposizione, quella appena citata, che, per quanto non oggetto della sentenza n. 44 del 25.10.2000 (dichiarativa di illegittimità costituzionale del comma 3 dello stesso articolo), come è stato autorevolmente osservato “”benché non retroattiva, non si sottrae alle stesse censure di estraneità e di indeterminatezza rispetto ai principi del TUB ai quali il governo avrebbe dovuto attenersi” (cfr. V. Roppo, “L’anatocismo bancario dopo l’intervento della Corte Costituzionale”, in Il Corriere Giuridico n. 11/2000, pag. 1453). Risulta confermata, per questa via, l’asimmetria disciplinare di siffatto assetto normativo rispetto a quello proprio di altre ipotesi di vessazione del debitore di un contratto finanziario (cfr. A. Nigro, “L’anatocismo nei rapporti bancari, una storia infinita?”, in Dir. banca e merc. fin., 2001, pagg. 139 e ss., P. L. Fausti, “Il mutuo”, in Trattato del Diritto Civile del Consiglio Nazionale del Notariato, 2004, pag. 137). Dubbi di legittimità del ricorso alla normativa secondaria ai fini della disciplina dell’anatocismo, in mancanza di precisi criteri direttivi legislativamente prestabiliti e quindi in contrasto con la ritenuta riserva di legge in materia, in riferimento alla potestà legislativa dello Stato per la materia civile, di cui all’art. 117 comma 2 Cost. e/o all’art. 23 Cost., sono stati espressi anche da A. Pace, in “Anatocismo e riserva di legge”, commento a Corte Cost. 12 ottobre 2007, n. 341, in Giur. cost., 2007, p. 3436 e ss. e in www.associazionedeicostituzionalisti.it.; essendosi in particolare la previsione della Carta fondamentale da ultima citata ricostruita come fondante “uno specifico ed autonomo diritto costituzionale di libertà in materia personale e patrimoniale ….. ”, ovvero come “un autonomo diritto di autodeterminazione, desumibile appunto dal generale divieto di imporre, <<se non sulla base della legge>>, sia obblighi che divieti incidenti tanto sul patrimonio quanto sulla persona … ”; in altri termini, la richiamata riserva di legge costituirebbe “espressione, … manifestazione del principio secondo cui il fondamento di tutte le prestazioni patrimoniali imposte, in ragione della loro possibile incidenza sulla libertà dei cittadini, deve potersi far risalire alla volontà diretta o indiretta (manifestata tramite il Parlamento) dei cittadini medesimi, quale forma di esercizio della sovranità popolare prevista dall’articolo 1, comma 2, della Costituzione” (cfr. E. Corali, “Cittadini, tariffe e tributi. Principi e vincoli costituzionali in materia di prestazioni patrimoniali imposte”, 2009, pagg. 12-13). Analoga perplessità è stata espressa da altri studiosi, sempre in riferimento alla non opportunità di affidare ad un organo amministrativo quale il C.I.C.R. e, dunque, ad una fonte di rango subordinato alla Legge, il compito di delineare la disciplina di rapporti tra privati, specie in assenza di una precisa fissazione dei principi-quadro, ed inoltre – su di un piano ancor più generale – in ordine alla dubbia tenuta costituzionale dello stesso art. 120, comma 2, del T.U.B, per eccesso di delega, articolo non a caso dichiarato dalla Corte Costituzionale sia pure relativamente al comma 3, con il quale si era tentato di far salvo il c.d. “pregresso”: “L’attribuzione di poteri finalizzati alla delegificazione, dunque, presenterebbe un perimetro ben più ampio, coinvolgendo non solo l’ambito che nel codice civile è presidiato dall’art. 1283, ma risultando esteso certamente agli artt. 1282 e 1284, oltre che con ogni probabilità agli artt. 1224 e 1815. In questo senso, quindi, il CICR avrebbe potuto dettare una disciplina degli interessi corrispettivi, ovvero di quelli moratori, ovvero financo di quelli usurari, in ambito creditizio, in difformità da quanto previsto dalle norme di diritto comune, e ciò sostanzialmente senza alcun limite di delega, atteso che i limiti imposti dalla norma concernono in via esclusiva la problematica dell’anatocismo: quanto ciò possa ritenersi legittimo sotto il profilo costituzionale, lasciamo che siano i cultori di detta materia a stabilirlo” (cfr. C. Colombo, “Gli interessi nei contratti bancari”, in AA.VV., “I contratti bancari”, (a cura di E. Capobianco), 2016, pag. 495); per analoghi rilievi, vedasi anche A. A. Dolmetta, “Il divieto di anatocismo per le banche dalla gestione del pregresso ai rapporti attuali, per un uso laico della certezza del diritto”, in www.iusexplorer,it, 2018, pagg. 139 e ss., C. M. De Iuliis, “Riflessioni in tema di capitalizzazione degli interessi alla luce della deliberazione C.I.C.R. 9 febbraio 2000”, in Contratto e Impresa, 2001, 749; ancor più netta la posizione di A. Riccio, in “Anatocismo: svolta clamorosa della Corte Costituzionale”, in Contratto e impresa, 2007, VI, pag. 139, nonchè in “La capitalizzazione degli interessi passivi è definitivamente nulla”, in Contratto e impresa., 2004, pag. 961, in “Ancora sull’anatocismo”, in Contratto e impresa, 2007, pag. 391 e in “Alcune sentenze di merito in materia di anatocismo nelle more della decisione della Consulta”, in Contratto e impresa, 2007, pag. 912).

E’ del resto consolidato in giurisprudenza, con riferimento ai rapporti gerarchici tra le fonti del diritto, che, in mancanza di una specifica norma primaria che consenta di derogare ad altre norme di pari grado (nel caso in questione, l’art. 1283 c.c.) attraverso la disciplina secondaria, le fonti subordinate non possono apportare alcuna deroga, introdurre disposizioni di diritto transitorio, né tantomeno fornire interpretazioni alle norme di legge; potendo piuttosto, in tale contesto, soltanto riempire eventuali vuoti normativi (nella fattispecie non configurabili, a fronte del puntuale disposto di cui al citato art. 1283 c.c.) o intervenire sugli aspetti non regolamentati e lasciati all’autonomia delle parti (cfr., ex plurimis, Cass. n. 2924/1979, Id. n. 271/1979, Id. n. 5307/1987, Id. n. 10310/2002). Va peraltro dato atto che l’eccezione di legittimità costituzionale del comma 2 dell’art. 25 del D.Lgs. n. 342/1999 (sollevata in base ai medesimi motivi di censura già posti a fondamento di quella relativa al comma 3 della stessa disposizione, in particolare in riferimento all’eccesso di delega) è stata rigettata dalla Consulta con sentenza n. 341 del 12.10.2007.

[19] pubblicata in G.U. n. 212 del 10.09.2016, in vigore a far tempo dal 01.10.2016.

[20] cfr. P. L. Fausti, “Il mutuo”, in Trattato del Diritto Civile del Consiglio Nazionale del Notariato, 2004, pag. 140. La Corte regolatrice, del resto, ha avuto modo di chiarire che “in tema di credito fondiario, il mancato pagamento di una rata di mutuo comporta, ai sensi dell'art. 38 del R.D. 16 luglio 1905, n. 646, l'obbligo di corrispondere gli interessi di mora sull'intera rata, inclusa la parte che rappresenta gli interessi di ammortamento” (cfr. Cass. n. 2140/2006, conf. Id. n. 4451/1986, Id. n. 6153/1990, Id. n. 2593/2003).

Senza considerare che nel momento in cui (secondo prassi frequente) l'importo della rata viene addebitato su un conto corrente avente saldo passivo, sugli interessi già computati con riferimento al mutuo maturano ulteriori interessi secondo la periodicità prevista per il conto corrente di appoggio, dando luogo, in tal modo, ad “una sorta di doppia capitalizzazione” (cfr. B. Meoli, “Un nuovo intervento della Cassazione in materia di anatocismo bancario: è illegittima la capitalizzazione degli interessi maturate sulle rate di mutuo”, nota di commento alla sentenza della Corte di Cassazione n. 2593/2003, in Nuova Giur. civ. comm., 2004, pag. 474, V. Pandolfini, “Anatocismo bancario: le questioni ancora aperte”, in I Contratti, 2005, pag. 720), ovvero, in buona sostanza, ad un anatocismo sull'anatocismo, pure già vietato dall’art. 3 della Delibera C.I.C.R. del 9 febbraio 2000; operazione sulla cui legittimità, non a caso, sono stati da subito sollevati seri dubbi in dottrina (cfr. V. Farina, “Anatocismo e mutuo bancario”, nota a Cass. 25.02.2003 n. 2593, in Dir. fall., 2003, 2, pag. 544). L’intuizione in questione è fatta propria anche da V. Farina: “All’anatocismo da interesse moratorio su rate non pagate si aggiungerà dunque l’ulteriore anatocismo a seguito di autorizzazione (preventiva o successiva) all’addebito. La banca dall’aver ritardato l’immediato inizio dell’azione giudiziaria a seguito dell’inadempimento all’obbligo di restituzione potrà trarre il vantaggio non solo dalla loro riconduzione a capitale, con conseguente calcolo degli interessi sulla parte di interessi inglobata a suo tempo nelle singole rate di mutuo, ma anche dall’incremento significativo del tasso sulla sorte capitale così unitariamente riconsiderata. È notorio difatti che il costo del credito è notevolmente più alto con riguardo alle aperture di credito ed ancor di più agli scoperti senza affidamento.”; conf. Id., “La (ennesima) resurrezione dell’anatocismo bancario”, in I Contratti, 2016, pag. 712).



[21] cfr. Cass. n. 9510/2014, Id. n. 9796/2011, Id. n. 23744/2009, Id. n. 12828/2009, Id. n. 11425/2004.

[22] cfr. Cass. n. 14688/2003, Id. n. 9474/2004, Id. n. 3500/1986, Id. n. 11638/2016; in dottrina, sulla stessa linea si è sostenuto che “la disposizione dettata dall'art. 1283 c.c. — che stabilisce quando gli interessi sui crediti pecuniari possono produrre interessi — si riferisce non soltanto agli interessi corrispettivi, ma agli interessi di qualsiasi natura e quindi anche agli interessi moratori”  (cfr. C. Ruperto, “La giurisprudenza sul codice civile coordinata con la dottrina, Libro IV, Delle obbligazioni,” a cura di Bellini, Carbone, Delli Priscoli, Marziale, Simonetti e Stella Richter, 2012, pag. 914 e ss.); abbastanza risalente (e comunque coevo al fondamentale revirement del 1999) risulta invece l’indirizzo giurisprudenziale, ormai superato, secondo cui il divieto codicistico di anatocismo opererebbe soltanto con riguardo alla capitalizzazione degli interessi compensativi e non di quelli moratori (cfr. Cass. n. 3845/1999).

Del resto, a ciascuna delle suindicate tipologie di interessi si attaglia la dinamica anatocistica, così come sintetizzata (nell’effetto economico-giuridico suo proprio) nell’art. 1283 c.c. e come rappresentata con una suggestiva descrizione prospettata in dottrina: “ll debito di denaro produce altro debito di denaro, secondo un moto progressivo, implacabile quanto il tempo, che procede senza dar tregua. Il denaro, come in un fenomeno di generazione spontanea, si auto-riproduce. Emerge, in tutti gli aspetti, giuridici e metagiuridici, la singolarità del debito di una somma liquida ed esigibile: destinata, nel persistere dell’inadempimento, ad incrementarsi a dismisura. Si spiega così, in questo quadro a tinte fosche, la vigenza di presupposti, limiti e garanzie che dominano la disciplina sull’anatocismo” (cfr. F. Gambino, “Il rapporto obbligatorio”, in Trattato di Diritto Civile (I - Le obbligazioni), diretto da R. Sacco, 2015, pag. 540).



[23] cfr., ex plurimis, Cass. n. 2593/2003: “In ipotesi di mutuo per il quale sia previsto il pagamento di rate costanti comprensive di parte del capitale e degli interessi, questi ultimi conservano la loro natura e non si trasformano invece in capitale da restituire al mutuante, cosicché la convenzione, contestuale alla stipulazione del mutuo, la quale stabilisca che sulle rate scadute decorrono gli interessi sull'intera somma, integra un fenomeno anatocistico, vietato dall'art. 1283 c.c.”; conf., Id. n 603/2013 (“Il divieto di anatocismo si applica anche ai contratti di mutuo, a nulla rilevando che, in base al piano di ammortamento, le singole rate di rimborso del prestito comprendano capitale e interessi”), Id. n. 2072/2013, Id. n. 28663/2013, Id. n. 11400/2014, Id. n. 4230/2015, Id. n.. 2381/1994, n. 3500/1986, n. 9503/2011, Id. n. 17813/2002, Id. n. 9653/2001, Id. n. 1724/1977, pronunce tutte orientate nel senso che il divieto codicistico di anatocismo è applicabile anche al contratto di mutuo. Per l’affermazione dello stesso principio di “scindibilità” della rata, nella giurisprudenza di merito cfr. Trib. Pescara, 7 giugno 2005, in Giur. merito 2005, 10, 2045, Trib. Reggio Calabria, 19 gennaio 2006, in Red. Giuffrè, 2006, Trib. Lecce, 10 marzo 2006, in Red. Giuffrè, 2006, Trib. Pescara, 23 marzo 2006, in Banca borsa tit. cred., 2008, 2, II, 223, Trib. Milano, 17 febbraio 2007, in Banca borsa tit. cred., 2009, 5, II, 615. Con la citata sentenza n. 11400/2014, in particolare, la Corte regolatrice ha chiarito che, con specifico riferimento al mutamento della struttura e della funzione del credito fondiario per effetto dell'entrata in vigore del T.U.B., in virtù del quale lo stesso ha appunto perso quelle peculiarità nelle quali risiedevano le ragioni della sua sottrazione al divieto di cui all'art. 1283 c.c.), rispetto al credito fondiario medesimo non può configurarsi alcuna deroga al richiamato divieto codicistico di anatocismo. E’ del resto significativo che, nell’immediatezza dell’entrata in vigore del Codice Civile del 1942, anche la dottrina che, nel commentare l’art. 1283 c.c., evidenziava l’esistenza di “usi contrari” per il conto corrente e per altri contratti tipici bancari (cfr., tra gli altri, T. Ascarelli, “Delle obbligazioni pecuniarie – artt. 1277-1284”, in Commentario Scialoja-Branca, 1971, pag. 593, M. Libertini, Voce “Interessi”, in Enc. Diritto, 1972, pagg. 136 e ss., A. Pavone La Rosa, “Gli usi bancari”, in Le operazioni bancarie (a cura di Portale), 1978, pagg. 31 e ss., E. Quadri, “Le obbligazioni pecuniarie – artt. 1277-1284”, in Trattato Rescigno, IX, 1984, pagg. 704 e ss.), non faceva riferimento ad alcun uso per il mutuo (cfr. U. Salanitro, “Gli interessi bancari anatocistici”, in Banca, borsa, tit. cred., suppl. al n. 4/2004, pag.11, B. Inzitari, “Profili del diritto delle obbligazioni”, 2000, pagg. 388 e ss.). Nel senso dell’esclusione dell’esistenza, anteriormente all’entrata in vigore del Codice Civile del 1942, di usi normativi derogatori rispetto alla disciplina posta dall’art. 1283 c.c., nella giurisprudenza di merito vedasi, ex plurimis, Trib. Lecce, 10.03.2006, Trib. Reggio Calabria, 19.01.2006, in www.iusexplorer.it.

Persiste in parte della dottrina, peraltro, la tendenza a mantenere fuori dalla portata precettiva dell’art. 1283 c.c. gli interessi di mora, anche oltre i limiti (rationae materiae e ratione temporis) delle disposizioni settoriali integranti il cd. anatocismo “legale” (derogatorio rispetto alla citata disposizione codicistica). In tale angolo prospettico, si è ad esempio ritenuta l’esigenza di escludere dal suddetto ambito applicativo “le ipotesi in cui gli interessi calcolati e quelli che costituiscono la base di calcolo realizzino funzioni differenti”; ciò in quanto, si argomenta in tale contesto, se la finalità del divieto codicistico di anatocismo consiste “… nell’evitare la crescita incontrollata del debito, cui … darebbe luogo l’applicazione dell’art. 1282 c.c. anche al debito per interessi (primari, n.d.r.)” ed, in definitiva, nell’impedire che “per il tramite del calcolo degli interessi sugli interessi si determini un’alterazione o del sinallagma contrattuale, ove il primo debito per interessi assolva una funzione corrispettiva, o del rapporto tra danni pattuiti e danni dovuti, ove l’interesse assolva una funzione risarcitoria”, si è sostenuto che alterazioni di tal genere potrebbero derivare soltanto dal “calcolo degli interessi sugli interessi accomunati dalla medesima funzione; non anche quello di interessi su interessi che assolvono funzioni diverse, come può essere il calcolo dell’interesse moratorio su quello corrispettivo”; di tal che, in tale ultima evenienza, “ci sarebbe soltanto la costituzione di un nuovo e diverso, quanto al titolo, debito pecuniario” (cfr. M. Semeraro, “Anatocismo, divieto di anatocismo e relativo ambito di operatività”, in Rivista di diritto bancario, 2017, n. 13, pag. 10 e in www.dirittobancario.it). Alla base di un tale argomentare - che riecheggia (vagamente) la teorica della confluenza del capitale e degli interessi corrispettivi in un “unicum inscindibile” (di cui infra, pag. 42 e nota 73) - vi sono l’evidente sottovalutazione (se non la radicale obliterazione) della distinzione tra obbligazione principale (per sorte capitale) ed obbligazione accessoria (per interessi) - che trova invece inconfutabile (ed ormai risalente) fondamento, sotto plurimi profili, nella disciplina del Codice Civile (vedasi infra, pagg. 64-65 e nota 115) - nonché una non condivisibile interpretazione della previsione di cui all’art. 3, comma 2 della recente delibera C.I.C.R. del 03.08.2016, ai sensi della quale “agli interessi moratori si applicano le disposizioni del codice civile” (tra le quali non si vede perché debba escludersi l’art. 1283 c.c., di natura imperativa) ed infine, sempre in relazione al vigente quadro normativo, il consapevole misconoscimento della portata precettiva del novellato art. 120, comma 2, lett. b) del T.U.B., nella parte in cui prescrive che “gli interessi debitori maturati …sono calcolati esclusivamente sulla sorte capitale”; tanto che la medesima Autrice finisce per qualificare come “neutrale” detto riferimento al “capitale” operato dal Legislatore (vale a dire, in buona sostanza, svuotandolo di effettivo significato e/o riconducendolo ad una mera incongruenza espressiva, ad una “svista” lessicale): “Il discrimen tra ciò che è e ciò che non è anatocismo risiede … nella giustificazione funzionale degli interessi calcolati su un pregresso debito di interessi. Sicché il riferimento al capitale contenuto nell’art. 120 TUB è perciò stesso su tale piano neutrale” (cfr. M. Semeraro, articolo da ultimo citato, pag. 11).

Si contrappone al suindicato orientamento quello che - al contrario (e ben più fondatamente, ad avviso di chi scrive) - nega che il novellato art. 120, comma 2 T.U.B. (“almeno nella sua primissima parte”) abbia introdotto deroga di sorta al disposto di cui all’art. 1283 c.c., evincendo riscontro di tale convincimento (oltre che nell’omessa riproduzione del tenore dell’art. 3 della previgente delibera del 2000), per l’appunto, nel richiamo alla disciplina del Codice Civile contenuto nel succitato art. 3, comma 2 della ridetta delibera C.I.C.R. del 2016 attuativa, nonché nella considerazione per la quale il comma 1 dello stesso art. 3 di tale delibera si configura norma “monca”, in quanto, nel riprodurre fedelmente il tenore dell’art. 120, comma 2, lett. b) del T.U.B. riformat