Etica, legalità e crisi d’impresa tra diritto ed economia al tempo delle riforme (una postilla)
Pubblicato il 13/11/19 02:00 [Articolo 832]
di Massimo Fabiani, Professore


Nel dicembre del 2017 sulle colonne della Rivista il Fallimento era apparso un mio breve saggio dal titolo sopra evidenziato.
Quel saggio non ha intercettato consenso (o solo curiosità) ma mi è parso opportuno riproporne, qui, le conclusioni al fine di verificare se sia attuale e se la comunità di coloro che si muovono nel circuito della crisi d’impresa, fatta di tante, variegate e fisiologicamente contrapposte professionalità possa adottare qualche condotta pro-attiva.
La ragione di questa rapida postilla gemma dalla lettura di un decreto del Tribunale di Roma in merito alla discussa indipendenza di un professionista attestatore.
In queste note non si intende prendere posizione sul decreto e sulla sua corretta (o meno) profilatura giuridica ma sul problema, in sé, dell’indipendenza quale specchio del più complesso tema dell’etica nella gestione delle crisi.
Prima di aprire la postilla, riporto nel virgolettato le conclusioni di quel saggio (al netto delle note):

“La legalità è qui, adesso. Dobbiamo brandire ogni arma lecita per reclamare che la tutela giurisdizionale sia elargita con immediatezza, posto che ogni ritardo, in economia, si traduce in qualche scorciatoia illegale. Si tratta di una aspirazione che va replicata in ogni categoria di diritti ma nei conflitti di impresa dove una effettiva seconda chance è di disagevole attuazione, il tempo è quella variabile irrinunciabile che un serio ordinamento giuridico dovrebbe porre al centro del suo programma.
Spendiamo, allora, tutte le risorse per dare risposte rapide (ciò che non raramente accade) ma soprattutto per avere rapide decisioni sui controlli. Un ordinamento “giusto” non può rinunciare alle impugnazioni, ma una volta che questa siano previste l’effettività temporale del controllo deve essere tale da poter offrire alla parte una piena reintegrazione del diritto leso dalla decisione (fisiologicamente) errata.
Offrire ai protagonisti della crisi una soluzione più rapida rispetto al passato potrebbe essere già un sapiente viatico per stare ben piantati sul sentiero della legalità.
Ma, anche il miglior ambiente normativo possibile e i più geniali decreti delegati non potranno, mai, supplire ad un grave deficit di etica della gestione della crisi dell’impresa.
Le regole debbono essere applicate e l’applicazione non è mai esercizio astratto ma concreta attività umana. Chiunque salga sul proscenio della crisi dovrebbe farlo con umiltà e non con arroganza, nel rispetto dei diversi ruoli; è, proprio, il rispetto dei ruoli che restituisce una legittimazione reciproca, unico antidoto per il superamento delle diffidenze.
Etica dell’impresa in crisi significa innanzi tutto affrontarla in modo trasparente e per tempo; significa occupare le migliori energie del mondo delle professioni con un approccio calibrato secondo il criterio della proporzionalità. Ma significa, anche, e soprattutto fare piazza pulita dei variegati conflitti di interesse che permeano quotidianamente il mondo delle crisi. Le commistioni di potere/denaro vanno denunciate prima e combattute poi, senza reticenze e senza ipocrisie; tutto ciò ha un campo di elezione ed è quello delle designazioni e delle nomine, sia di fonte privata che giudiziale. L’impresa si deve presentare davanti al giudice con l’orgoglio della propria debolezza senza strategie di compiacimento del giudice.
Queste riflessioni potranno apparire superficiali ma l’esperienza insegna, purtroppo, che a distanza di tempo quelle contaminazioni che in un primo tempo forse apparivano frutto del caso, si sono poi rivelate la vera fonte di torsioni nella risoluzione della crisi.
Per quanto la positivizzazione di una condotta possa risultare, forse, velleitaria, sarebbe un segnale di forte novità se i diversi protagonisti della crisi, ciascuno nel proprio ambito (in virtù, dunque, della tecnica di autoregolazione) formassero e poi sottoscrivessero un codice etico relativo all’approccio alla situazione di crisi dell’impresa rispetto alla quale sono chiamati ad operare.”

Il Codice della crisi in modo forse un po’ naїf ma tutto sommato meritoriamente contiene nella parte generale (artt. 3-5) un richiamo ai doveri di alcuni dei protagonisti del proscenio della crisi.
È noto che quei principi espressi non contengono sanzioni in caso di inosservanza ed anche che i doveri che vengono declinati sono distanti dall’etica.
Tuttavia, se intesi in modo più lungimirante, potrebbero anche rappresentare una norma-manifesto per i comportamenti che la comunità civile si può attendere da chi, nei diversi ruoli, si occupa di crisi dell’impresa.
In un momento, ormai lungo, di crisi macroeconomica e sistemica, la crisi della singola impresa non può più essere considerata un affaire tra debitore e creditori. È evidente che la gestione della crisi deve essere letta con una lente di ingrandimento che ci proietti verso il sistema.
Sia ben chiaro che tutto ciò non significa affatto imporre – nel singolo caso – la ragion di Stato o una visione marcatamente dirigistica, ma imporre che le scelte dei privati siano orientate e funzionalizzate al paradigma dell’utilità sociale dell’impresa prescritta nell’art. 41 Cost., in modo che nessuno sia artatamente pregiudicato per scopi egoistici; se si vuole, una rappresentazione giuscommercialistica del principio civilistico del neminem laedere.
Ecco allora che il richiamo all’etica potrebbe meno genericamente esprimersi come distanza assoluta da ogni forma, anche la più labile, di conflitto di interessi.
Davvero in pochi (penso soprattutto a Roberto Sacchi e Giacomo D’Attorre) abbiamo elevato il tema del conflitto di interessi a fattore di criticità delle procedure concorsuali; spesso siamo stati derisi almeno sino ad un recente arresto del giudice di legittimità.
Purtroppo temo che non ci siano ricette generaliste ma solo condotte umane che ci si può attendere; quelle condotte che a mio avviso dovranno dominare – anche a dispetto dell’eccesso di burocratizzazione – la fase dell’allerta per (provare a) trasformare un “istituto” denso di asperità e generatore di perplessità in uno strumento di rilancio delle imprese e di conservazione del valore. Una recente indagine mostra che se si vuole, i benefici economici in termini di minori dispersioni di ricchezze sono maggiori dei costi di adeguamento strutturale delle imprese.
Proviamo a superare lo scetticismo e poniamo tutti al centro della ribalta l’etica d’impresa.